L’OCCUPAZIONE AL CENTRO DELLA POLITICA ECONOMICA PER RIDARE SLANCIO AL GOVERNO, AL PARTITO DEMOCRATICO E AL CENTROSINISTRA

Matteo Renzi

Se il voto del 31 maggio non aveva dato indicazioni precise sugli orientamenti degli italiani, il responso dei ballottaggi, invece, non ammette dubbi.
Gli elettori chiedono al Partito Democratico e al governo un cambio di rotta.
Intendiamoci. Non è successo nulla di irreparabile. Il PD  e i suoi alleati rimangono maggioritari nel Paese. Il centrodestra, che, tra l’altro, è attraversato da divisioni e polemiche, controlla solo tre regioni e, a livello di comuni, la situazione non è molto diversa.
Però, il segnale è chiaro e sarebbe autolesionistico non raccoglierlo. La sconfitta di Casson a Venezia, maturata, peraltro, contro un candidato non particolarmente conosciuto, né popolare è un dato molto preoccupante per lo schieramento progressista.
Anche perché segnali analoghi vengono da altri comuni, quali Arezzo, Matera, Enna.
I cittadini vogliono una politica nuova, più concreta, più vicina ai problemi reali della gente.
La riforma elettorale non scalda i cuori e non convince i simpatizzanti del Partito Democratico ad andare a votare.
E le altre riforme sono portate avanti con uno stile autocratico che non è il massimo per raccogliere consensi.
Anche perché, al di là dello stile, anche i contenuti lasciano perplessi.
Prendiamo la Buona scuola. È stata respinta da docenti, studenti e genitori. Per la prima volta da tempo immemorabile tutte le sigle del settore hanno proclamato uno sciopero che ha avuto adesioni senza precedenti. Così come ha pochi precedenti, e molto lontani nel tempo, il blocco degli scrutini.
Quanto è costata al centrosinistra questa riforma? E quanto costerà in futuro?
E a che scopo? Per attribuire ai presidi il potere di assumere in modo discrezionale, con poteri da amministratori delegati di aziende private senza le correlate responsabilità? 
A Napoli, prima ancora che la nuova legge sia stata approvata, una dirigente scolastica è sotto inchiesta per avere assunto figli e nuora. E’ facile immaginare cosa potrebbe accadere dopo. 
Non perché i presidi siano particolarmente inclini agli abusi ma perché le regole sono fondamentali nel pubblico.  Abolirle significa incidere negativamente sul buon funzionamento della macchina amministrativa. Andare allo scontro con i sindacati per abolirle, significa avere un problema doppio. Anzi, triplo, in quanto si provoca, anche, una frana in un elettorato che era fra i più fedeli al Partito Democratico. 
Al di là della Buona scuola è il metodo che lascia perplessi. Non riconoscere ai sindacati un diritto di veto su decisioni che spettano al governo e al Parlamento è più che corretto.
Ma i corpi intermedi sono necessari per non perdere il contatto con i cittadini. E il contributo delle categorie è fondamentale per la qualità della produzione legislativa e dei provvedimenti di governo.
I contrasti con le Organizzazioni sindacali possono essere considerati fisiologici purché non siano un esercizio muscolare fine a se stesso, ma siano funzionali a perseguire obiettivi che la generalità dei cittadini riconosca ed apprezzi.
Costringere il Parlamento ad approvare la riforma sotto la minaccia di far saltare l’assunzione di centomila precari non risolve alcun problema. Se i ribelli respingono l’ultimatum i cittadini riterranno il governo colpevole del fallimento. Se lo accettano, l’Esecutivo porterà, comunque, la responsabilità per le carenze di una legge che, oggettivamente, presenta gravi  anomalie e, se approvata nell’attuale testo, esporrebbe la scuola a un degrado ulteriore rispetto alla già critica situazione attuale.
Sarebbe il caso, invece, di aprire un confronto vero e articolato sui contenuti della legge, come delle altre leggi in gestazione. Confronto che non va confuso con cedimenti a istanze corporative ma come metodo per affinare sul piano tecnico le riforme e per rafforzarle attraverso la condivisione convinta delle categorie interessate e della pubblica opinione.
Al di là del metodo, poi, contano i risultati. L’Esecutivo deve essere determinato sui problemi veri della gente, non su temi per addetti ai lavori come la legge elettorale. Il primo obiettivo, quello che metterebbe tutti d’accordo, è il rilancio dell’occupazione. Va, quindi, riorientata l’azione di governo ponendo la politica economica al servizio della lotta alla disoccupazione.
Impresa ardua, in termini di cifre assolute, in quanto la strada per creare posti di lavoro è irta di ostacoli. Facile, però, in termini comparativi, in quanto tutti i governi che si sono succeduti nella seconda repubblica non hanno fatto assolutamente nulla su questo fronte a cominciare dal primo Esecutivo Berlusconi e dal mitico milione di posti di lavoro che è rimasto solo uno spot elettorale.
Però, è necessario che tutta la politica economica abbia al centro l’occupazione. Le risorse disponibili, che sono scarse, vanno concentrate in quei settori e in quelle regioni in cui si possono produrre effetti più concreti e più ampi nella creazione di nuovo lavoro. Anche la politica fiscale va utilizzata a sostegno della occupazione, incentivando quelle attività che portano posti di lavoro e penalizzando quelle che si riducono a giochetti finanziari  a vantaggio dei furbetti di turno.
In tale contesto un grande contributo deve venire dal settore pubblico, anche perché lo Stato è il primo datore di lavoro in Italia. Quindi, da un lato, bisogna tendere a una maggiore produttività, dall’altro,  ricercare e valorizzare tutte le opportunità di lavoro che può offrire la Pubblica Amministrazione. Se, soltanto, si volesse valorizzare il patrimonio immobiliare dello Stato e degli Enti pubblici, o mettere a reddito i beni sequestrati alla criminalità organizzata, o ancora fare operazioni di recupero sul piano ambientale e/o di prevenzione dai disastri idrogeologici, si potrebbero creare centinaia di migliaia di posti di lavoro che, dopo la fase di avvio, sarebbero, tutti, auto sostenibili e porterebbero un forte incremento del Prodotto Interno Lordo, innescando quel circolo virtuoso “occupazione – PIL – occupazione” di cui l’economia italiana ha bisogno per uscire dalla stagnazione strutturale in cui si trova da anni.  E questi sono solo degli esempi.
Ma, la premessa è, appunto, mettere il lavoro al centro della politica economica e dell’azione dell’Esecutivo. Sarebbe il salto di qualità per un rilancio del governo e del Partito Democratico.