L’ITALIA SECONDO IL CENSIS: OCCUPAZIONE, EVASIONE FISCALE, IMMORALISMO DIFFUSO

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L‘OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Il ritratto che i sociologi ed economisti del Censis hanno fatto dell’Italia contemporanea (e di cui hanno parlato in pratica soltanto i quotidiani di opposizione) è sicuramente somigliante per chi vive nel nostro paese, come indigeno o come straniero, ma piace poco alle nostre classi dirigenti, immerse – come è fatale – nella scommessa sulla durata del governo Letta dopo l’elezione di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico o sulla fine di una crisi economica che continua a picchiare sulla nostra economia e sembra non avvicinarsi mai alla conclusione.  La prima affermazione del Censis è un elogio della instabilità di cui l’Italia ha dato prova negli ultimi anni. “La coazione alla stabilità – ha detto il presidente De Rita presentando il rapporto del 2013 – è la principale responsabile della massiccia fuga dalla politica che ha caratterizzato gli italiani nel periodo più recente (oltre un quarto se ne è allontanato completamente e l’afflusso massiccio alle primarie del PD che ha portato più di tre milioni a votare per Renzi, Cuperlo o Civati ha espresso la richiesta che si faccia qualcosa per aver ragione della crisi economica, sociale e morale che ha colpito la penisola senza che, all’orizzonte, appaia ancora un modo chiaro per averne finalmente ragione.

Nell’ultimo anno, si ha modo di leggere nel rapporto ultimo del Censis, “i governi che si sono avvicendati alla fine della scorsa legislatura e all’inizio della nuova che ha avuto inizio nella primavera di quest’anno, hanno emanato oltre seicentosessanta provvedimenti di attuazione delle riforme ma la quota di quelli effettivamente adottati è stata pari ad un terzo, soltanto cioè a duecento sui seicentosessanta entrati in vigore.  Il paese – secondo lo studio compiuto dal Censis – arranca, sembra non avere più ossigeno: il lavoro a disposizione delle nuove generazioni è poco ed è di solito precario; la furbizia è generalizzata, domina la disabitudine al lavoro, l’immoralismo è diffuso, l’evasione fiscale è crescente e c’è una passiva accettazione della comunicazione di massa. Per chi, come chi scrive, ha trascorso molti anni a studiare i mezzi di comunicazione del nostro paese se ne ha ogni giorno la prova verificando le frequenti omissioni di notizie importanti da parte della Rai come dei canali privati e – quel che più preoccupa – anche da parte dei grandi giornali che erano una volta più attenti a informare gli italiani sui grandi temi della politica, della cultura e dell’economia. C’è stata, negli ultimi tempi, una sorta di peggioramento generalizzato che è l’altra faccia dello scarso interesse che mostrano gli italiani per tutto quello che riguarda il bene comune e gli interessi generali del nostro paese. Se parliamo dei consumi dobbiamo segnalare che sono ritornati ai livelli di dieci anni fa e che le famiglie (una su quattro è una stima prudente) fanno fatica a pagare le tasse anche perché i ticket sui farmaci sono aumentati del 114 negli ultimi quattro anni. Oltre ai dati sulla disoccupazione (arrivata nel Mezzogiorno al 20 per cento) ci sono sei milioni di lavoratori che si trovano in condizione di  assoluta precarietà. Crescono contratti a termine, occasionali, collaboratori e false partite Iva. Tra il 2011 e il 2012 l’esodo dei giovani italiani all’estero è aumentato del 28,8 per cento. Troppi dimenticano, e il Censis lo ricorda, che un quarto degli italiani possiede al massimo la licenza elementare e questo fa riflettere sullo squilibrio demografico del paese  perché il dato non riguardo soltanto le vecchie generazioni ma il 17 per cento dei giovani ha al massimo la terza media e il tasso di abbandono scolastico al primo anno delle superiori supera il dieci per cento.  Se pensiamo alle imprese degli stranieri che hanno raggiunto  in Italia l’11 per cento del totale, ci stupisce ancora di più il fatto che quattro italiani su cinque (quasi la totalità!) si dichiarano ostili o diffidenti nei confronti degli immigrati. Un’altra delle contraddizioni e dei ritardi culturali di un paese che mostra di essere, come si diceva all’inizio, in crisi e fa molta fatica a trovare il modo di uscirne. Anzi non l’ha ancora trovato.