L’ART. 18 VA CAMBIATO. DOPO LA BOCCIATURA DELLA CORTE COSTITUZIONALE AVVIARE UNA NUOVA INIZIATIVA REFERENDARIA CORREGGENDO GLI ERRORI CHE HANNO PORTATO ALLA INAMMISSIBILITÀ

Non è credibile e non è verosimile che la CGIL abbia, deliberatamente, costruito un quesito referendario molto complesso per rendere più probabile la bocciatura da parte della Corte Costituzionale, come sostiene qualche osservatore in vena di retroscena estremi. Però, sicuramente, il testo depositato era articolato in modo tale da esporre al rischio di un responso negativo.
Al momento non si sa quali sono le motivazioni che hanno indotto la Consulta a esprimere un giudizio di inammissibilità.
Appare probabile, tuttavia, che abbia inciso non tanto il fatto che si trattava di un quesito manipolativo che estendeva l’art. 18 anche alle aziende fino a cinque dipendenti. I precedenti di abrogazioni parziali che creano una nuova disciplina sono numerosi e un precedente riguarda proprio l’art 18. Nel 2003 fu dichiarato ammissibile un referendum che ne ampliava la platea di applicazione a tutte le aziende, anche al di sotto dei 15 dipendenti, senza che ci fosse alcuna contestazione né giuridica, né politica.
L’abrogazione parziale, d’altronde, è esplicitamente prevista dall’art. 75 della Costituzione e l’abrogazione parziale comporta quasi sempre effetti manipolativi.

L’errore della CGIL, invece, è stato, a nostro avviso, prevedere un unico quesito per più abrogazioni che sono distinte sul piano logico, su quello giuridico e su quello politico.
La prima, finalizzata ad abrogare la norma del jobs act che ha, di fatto, soppresso l’art. 18 così come introdotto nel nostro Ordinamento dallo Statuto dei Lavoratori.
Altre, riferite alle modifiche introdotte dalla Legge Fornero.
L’ultima con l’obiettivo di emendare lo stesso art. 18 nella sua stesura originaria, estendendolo anche ai lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti.
L’inammissibilità dei quesiti plurimi è stata sempre una costante della giurisprudenza sui referendum abrogativi ed era, quindi, prevedibile un responso negativo della Corte Costituzionale.
Peraltro, al di là dell’aspetto giuridico, la domanda, così formulata, avrebbe potuto ingenerare dubbi nell’elettorato, in quanto molti cittadini, magari favorevoli al ripristino dell’art. 18 nella sua stesura originaria, avrebbero avuto perplessità sulla sua applicazione anche nelle aziende medio piccole nelle quali il rapporto di lavoro ha connotazioni oggettivamente diverse.
Sarebbe stato molto più produttivo sul piano politico e inattaccabile su quello giuridico presentare quesiti separati per le innovazioni introdotte dal jobs act e dalla Fornero e per l’estensione delle tutele alle aziende al di sotto dei quindici dipendenti. E, in tale contesto, presentare, anche, un quesito ad hoc per modificare il punto più odioso del nuovo articolo 18 che è stato introdotto dalla riforma Fornero (e non dal jobs act, come comunemente si ritiene) che fissa un risarcimento massimo di 24 mensilità per i licenziamenti illegittimi.
Una vera e propria mostruosità giuridica che contrasta con i principi generali dell’Ordinamento e costituisce un precedente pericoloso di “danno virtuale” con un tetto imposto per legge, che prescinde dal danno effettivo che l’atto illegittimo ha causato al lavoratore.
Comunque, la dichiarazione di inammissibilità non impedisce il riavvio dell’iniziativa referendaria, riveduta e corretta alla luce della bocciatura intercorsa.
Anche perché gli effetti perversi della sostanziale abrogazione dell’art. 18 devono ancora essere percepiti in tutta la loro gravità.
Gli Italiani si renderanno conto nei prossimi anni che senza stabilità di impiego sono, di fatto, soppressi, o fortemente indeboliti, tutti i diritti dei lavoratori. Chi chiederà, in futuro, il pagamento dello straordinario o farà una causa per mansioni, sapendo che, anche di fronte a un esito giudiziario favorevole, il datore di lavoro potrà reagire con un licenziamento?
Quindi, un referendum abrogativo riproposto fra qualche tempo avrà un consenso ancora più elevato sia tra i cittadini che tra gli addetti ai lavori. Sarà sufficiente articolare bene i quesiti per affrontare con successo l’esame della Corte Costituzionale e, cosa ben più importante, il giudizio dell’elettorato.