DELUSIONE PER L’APE, PENALIZZAZIONI PIÙ PESANTI. SENZA MODIFICHE SOSTANZIALI È PREVEDIBILE UN FLOP IN TERMINI DI ADESIONI.

Ministro del Lavoro Poletti

Avevamo visto con grande interesse l’introduzione dell’APE nel nostro ordinamento, soprattutto dopo che il Presidente del Consiglio aveva rassicurato sull’ammontare delle penalizzazioni che sarebbe stato contenuto entro limiti ragionevoli e, comunque, non tali da disincentivare quanti fossero interessati a beneficiarne.
Invece, man mano che si va avanti nella limatura della normativa e nell’analisi dei costi la situazione cambia. Crescono gli oneri per i lavoratori e aumentano i dubbi sulla efficacia del provvedimento.
Oggi si parla di una riduzione del trattamento previdenziale fino al 25 per cento che va ad aggiungersi, ovviamente, alle detrazioni già previste per chi lascia il lavoro in anticipo e, avendo versato minori contributi, ha diritto a una pensione più bassa.
Sommando la doppia penalizzazione si arriverebbe, secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni, a una perdita complessiva fino al trentasette per cento.  Il che significa, se non ci saranno ripensamenti, che chi ha uno stipendio di 2000 euro, invece di avere una pensione di 1.600 euro che gli spetterebbe per la pensione di vecchiaia, vedrebbe ridotto, lasciando il lavoro con soli tre anni anticipo, il suo assegno pensionistico a poco più di 1.000 euro.
Approfondiremo nelle prossime settimane le motivazioni tecniche che, a nostro avviso, rendono iniqua una penalizzazione così elevata.
Ma, al momento, ci preme sottolineare un altro aspetto della vicenda sul quale dovrebbero essere d’accordo anche i talebani della legge Fornero. Una riforma fatta in questi termini non ha alcuna ragion d’essere, in quanto aderirebbero solo poche centinaia o poche migliaia di lavoratori e, quindi, rimarrebbe una grida manzoniana, sul tipo del TFR in busta paga, che è stato un flop completo, visto che ne avrebbero usufruito appena 800 lavoratori, pari a una percentuale dello 0,08 per cento.
Peraltro, un meccanismo che prevede l’uscita dal lavoro senza raggiungere i limiti della Fornero  esiste già da anni ed è “Opzione donna” che consente ogni anno a lavoratrici con problemi familiari o personali ineludibili di anticipare il pensionamento con una pesante penalizzazione, tanto elevata  che si traduce, addirittura, in un vantaggio per la casse dello Stato e degli stessi Istituti previdenziali.  Sarebbe stata sufficiente una legge di dieci parole da approvare in Commissione per estenderla anche agli uomini. Ma a “Opzione donna” hanno aderito in otto anni circa 47.000 dipendenti nel privato e 16.000 nel pubblico. In pratica è stata una legge di nicchia che ha avuto effetti zero dal punto di vista macroeconomico. 
Per l’APE è prevedibile un risultato analogo, anzi peggiore, sia perché si dovrà scontare l’effetto delusione rispetto alle mirabolanti promesse dei mesi scorsi, sia perché “Opzione donna” consente di anticipare il pensionamento di 7 o 8 anni, un arco temporale doppio rispetto ai tre anni e sette mesi di cui si parla per l’anticipo pensionistico in discussione. Come dice la Camusso, è difficile che i lavoratori italiani siano disposti a contrarre un prestito per andare in pensione dopo avere regolarmente versato i propri contributi.
Alla luce delle considerazioni esposte, al di là di ogni valutazione sul merito, non ha alcun senso avere acceso un dibattito per mesi e mesi, avere messo al lavoro stuoli di tecnici, avere riattivato la procedura, da tempo dismessa, degli incontri sindacali con il seguito di approfondimenti a cura di esperti dei ministeri interessati e di consulenti vari per varare un provvedimento destinato a poche migliaia di persone.
Si potrà obiettare che, comunque, c’è l’APE sociale, in cui i costi sono sostenuti dallo Stato e che dovrebbe avere maggiore successo. 
Ma, se si voleva introdurre una corsia preferenziale per alcune categorie disagiate  bastava, appunto, qualche piccola modifica a istituti giuridici già presenti nel nostro Ordinamento per conseguire  l’obiettivo. 
Non c’era bisogno di inventare una nuova sovrastruttura, inutile e dispersiva, coinvolgendo, per giunta, banche e assicurazioni, e alimentando, peraltro, il sospetto che, alla fine, i maggiori beneficiari dell’operazione siano da ricercare proprio in queste categorie che non sono molto amate dal popolo italiano.