JUNCKER, PIANO PER IL RILANCIO DELL’EUROPA. MA LE PROSPETTIVE NON SONO INCORAGGIANTI

Jean Claude Juncker

Le istituzioni europee sono alla ricerca di un nuovo modello che superi l’attuale struttura dell’Unione. Fino ad ora, infatti, l’Unione Europea non si è dimostrata all’altezza delle aspettative, incapace di fare fronte ai cambiamenti geopolitici e di governare la crisi economica. Il presidente della Commissione Europea Juncker ha quindi proposto un piano che crea un nuovo assetto costituzionale con una maggiore unità economica, una unione fiscale e finanziaria e un rafforzamento istituzionale, con la creazione di un Ministero del Tesoro europeo e l’integrazione del Fondo di stabilità nelle istituzioni europee.

Si tratta di un piano che, sotto certi aspetti, si presenta ambizioso ma che, come tutti i piani di sviluppo dell’Unione, presenta anche delle problematiche. Innanzi tutto, si presta facilmente ad essere colpito da critiche concentriche provenienti da ambiti opposti. I fautori dell’integrazione europea, infatti, lo ritengono troppo blando; viceversa gli euroscettici, un gruppo attualmente piuttosto numeroso, considerano troppo elevata la cessione di sovranità dagli Stati all’Unione. Inoltre, il piano non ha previsto un preciso arco temporale per la realizzazione delle riforme. Viene infatti solo genericamente accennato ad una prima fase puramente economica, da concludersi entro il 2017 e ad una fase finale da concludersi entro il 2025, senza che vi sia un realistica scadenza per la realizzazione delle varie riforme. Al di là, quindi, della reazione dei capi di Stato e di governo europei, si deve vedere se il progetto di Juncker abbia la effettiva capacità di resistere alle critiche, alle future elezioni nei Paesi cardine della UE ed al rafforzamento dei gruppi euroscettici. La cosa appare realmente difficile, visto che l’Unione non è neppure in grado di realizzare un piano per distribuire ventimila migranti tra i ventisette Stati dell’Europa. Il piano, quindi, sembra destinato ad incagliarsi nei meandri della politica e per questo a fallire. Sono state proposte, ad opera di alcuni osservatori, delle similitudini tra il progetto Juncker e quello per la realizzazione della Società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale. Allora, come adesso, naufragò a causa dei particolarismi dei vari Paesi e dei vari gruppi politici e della mancanza di uno Stato cardine che facesse da perno alle riforme. All’epoca, gli Stati Uniti si chiamarono fuori dalla Società delle Nazioni facendole perdere ogni potere; oggi la Germania sembra avere abdicato ad un ruolo di guida unitaria diretta alla creazione di una Unione più giusta e coesa, preferendo avere invece un ruolo egemone che mette in difficoltà i Paesi esterni della U.E. e minaccia di distruggere quel poco di Unione che resta.