INVALSI, È ORA DI CAMBIARE. LE SCUOLE DEVONO CONOSCERE DATI E METODOLOGIE

stefania-giannini-ministro-dellistruzione.

Non per fare il bastian contrario, ma non capisco tutte le pagine dedicate alle prove Invalsi. Non perché il tema non sia meritevole di interesse, ma perché è la impostazione degli articoli che lascia perplessi. Le analisi sono tutte incentrate sui risultati che, sicuramente, sono importanti. Ma, quanto più sono importanti i risultati, tanto più l’analisi andrebbe completata con la illustrazione delle metodologie seguite.  Sulle quali, invece, non c’è assolutamente nulla né sui giornali, né, salvo errore,  nella documentazione fornita dall’Ente alle scuole e alla pubblica opinione.

Non si tratta di mettere in dubbio la validità delle informazioni fornite, ma è sbagliato il modo dogmatico in cui vengono presentate.
Si parte dalla premessa che i dati rispecchino comunque la realtà senza che nessuno si preoccupi di dimostrarlo.
E si traggono conclusioni gravi – che una parte del Paese è più indietro rispetto all’altra sul piano culturale – per le quali sarebbe necessaria una procedura inattaccabile, anche perché sono conclusioni in contrasto con le evidenze che emergono dal vissuto della società italiana.
Innanzitutto, quei risultati emergono da un campione di 6.655 classi su 115.826. Sarebbe necessaria qualche nota metodologica che spieghi come è stato formato il campione, cosa di cui, credo, non ci sia traccia nelle informazioni rese pubbliche.
Per di più, quest’anno c’è stata una forte contestazione con molte classi che hanno rifiutato in blocco di partecipare alle prove proprio perché sono considerate oscure nella impostazione e nella realizzazione.
Di questa contestazione non c’è traccia nelle valutazioni conclusive pubblicate dalla stampa. Non sono state rese note le dimensioni della protesta, né la sua articolazione per territorio e per tipologia di scuola. Né è stato considerato se essa abbia portato a una alterazione significativa del campione, al punto da inficiarne la validità.
Per finire, non abbiamo motivo di dubitare che le prove siano state tarate con metodo scientifico e siano state corrette da commissioni idonee per qualificazione professionale, per numero di componenti e per criteri di scelta. Ma, anche sotto questi aspetti, le informative alle scuole interessate e alla pubblica opinione sono assolutamente carenti.
Forse non è chiaro che è in gioco il sistema educativo italiano. Non è ipotizzabile che le scuole si sottopongano acriticamente a una valutazione senza poter conoscere i criteri e la metodologia  di quella valutazione.
Certamente, esiste una procedura completa ed esaustiva in grado di dare tutte le risposte che servono per sciogliere i dubbi esposti.
Ma non è sufficiente che quella procedura esista. È necessario che venga resa pubblica e portata a conoscenza, in tutti i dettagli, degli istituti scolastici, dei docenti e degli studenti.
Le prove Invalsi non devono essere calate dall’alto. Devono essere un metodo di valutazione partecipato e condiviso da tutte le istituzioni scolastiche. Anche perché, prima ancora che l’italiano e la matematica, la scuola in una democrazia avanzata deve insegnare agli allievi che non esistono né entità superiori, né verità dogmatiche.
Invalsi, prima di valutare, accetti di essere valutato. Non dal ministero che, essendo il dante causa, non ha il distacco necessario per un giudizio imparziale ma dal sistema scolastico italiano.
Altrimenti, sono prevedibili amare sorprese. Se quest’anno lo sciopero delle prove Invalsi ha raggiunto, in alcune aree, adesioni, a quanto pare, del 30 per cento, il prossimo anno probabilmente arriveremo al 50 per cento.
Per indurre a maggiore trasparenza qualcosa possono fare anche docenti  e studenti e, con loro, i sindacati di settore. Il prossimo anno dovrebbero avviare, magari facendo un lavoro comune con la partecipazione di più scuole, una bella ricerca su “Invalsi e dintorni”, per approfondire tutti gli aspetti di questo Ente che, anno dopo anno, diventa sempre più potente e sempre più invasivo.
Sarebbe molto più interessante e molto più formativo che dedicare ore di studio a una preparazione specifica per le prove Invalsi che, peraltro, non ha alcun senso sul piano didattico.
I Sindacati, almeno quelli più dinamici e più sensibili alle problematiche degli insegnanti, come l’ANIEF, potrebbero fare da supporto e da megafono all’iniziativa, in modo da imporre al ministero e all’Ente un cambio di rotta che renda la valutazione comprensibile, sostenibile e produttiva di risultati concreti.