IN LIBIA L’ACCORDO È ANCORA IN ALTO MARE. GIUSTIFICATA LA PRUDENZA DEL GOVERNO ITALIANO

Fayez al Sarraj premier designato Libia

Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da una apparente accelerazione circa un possibile intervento occidentale a guida italiana in Libia. Diversi organi di stampa hanno parlato apertamente di una operazione in gestazione da realizzare a breve e nella quale il nostro Paese avrebbe un ruolo di comando. L’ambasciatore statunitense a Roma è andato al di là, indicando, addirittura, i numeri di un corpo di spedizione italiano. Palazzo Chigi ha giustamente frenato e lo stesso Renzi ha precisato che in questo momento la posizione italiana resta sempre improntata alla massima prudenza.
In particolare, ogni azione militare rimane comunque subordinata ad una richiesta fatta da un governo libico di unità nazionale, governo che non ha ancora ottenuto la fiducia del Parlamento internazionalmente riconosciuto di Tobruk e che non si sa quando potrà realmente insediarsi. Il problema è che in assenza di una richiesta formale dalla Libia un intervento militare occidentale potrebbe risultare controproducente. È quindi giustificata la prudenza con cui si sta muovendo il governo, visto che una azione di stabilizzazione avrebbe successo solo se avvenisse con l’assenso dei libici. Un accordo tra le varie entità statali che si dividono il Paese nordafricano, o quanto meno tra i due governi di Tripoli e di Tobruk, sarebbe indispensabile per favorire la transizione verso la stabilità o verso un nuovo sistema costituzionale che regga la Libia. Anche le ipotesi alternative che stanno ultimamente circolando, quale ad esempio quella di una divisione in tre stati, Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, divisione che rispecchierebbe la tripartizione precoloniale, lasciano perplessi gli osservatori più attenti. Si rileva che la tripartizione non risolverebbe il problema dei rapporti fra le tre regioni e potrebbe, anzi portare a un inasprimento dei contrasti. 
Peraltro, questa ipotesi, per potere essere attuata, richiederebbe comunque un accordo tra le parti in causa che dovrebbe riguardare, ovviamente, anche la spartizione delle risorse petrolifere e la formazione di un governo di transizione che sovrintenda all’intera operazione.
Quindi, l’unica cosa concreta da fare in questa fase è moltiplicare gli sforzi diplomatici per favorire il raggiungimento di un accordo fra le fazioni in lotta, accordo che è, comunque, la premessa necessaria per qualsiasi ipotesi di intervento o di soluzione