IL “WEBETE” DI ENRICO MENTANA COLPISCE COLORO CHE DIFFONDONO FALSE INFORMAZIONI SUL WEB. MA IL PROBLEMA RIGUARDA ANCHE LA TELEVISIONE

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Il successo del neologismo lanciato da Enrico Mentana, “webete”, contiene un messaggio di speranza. Finalmente c’è una reazione alle idiozie diffuse sul web. Una reazione che è partita da un personaggio noto ma ha coinvolto un numero rilevante di utenti di twitter, a riprova del fatto che il direttore de “La 7” ha interpretato un pensiero molto diffuso nella pubblica opinione, stanca di pareri in libertà, affermati con tanta più arroganza quanto maggiore è l’ignoranza sulla materia.
È vero che gli insulti sono un’altra piaga del web e webete, se non è proprio un insulto, è certamente un’espressione forte, ma è possibile che il timore della riprovazione di massa riesca a frenare gli impulsi inarrestabili di alcuni utenti della rete che, davanti a una tastiera, si sentono depositari di un sapere universale e sfogano in valutazioni estemporanee le loro frustrazioni. 
In realtà, il fenomeno non è nuovo. È sempre esistito il soggetto che, seduto al bar con gli amici, risolveva i problemi dell’umanità con formule semplici inventate al momento, oppure svelava i segreti di congiure planetarie con cui i potenti tenevano in soggezione i popoli. La differenza è che oggi i tipi da bar possono usare il web per propagandare le loro tesi e, quindi, sono molto più pericolosi. Ben venga, quindi, la sanzione morale, di cui webete è un esempio efficace, per spingere le persone a riflettere prima di scrivere.
Però, Mentana dovrebbe fare, anche, autocritica, se non a livello personale, almeno come categoria. Prima ancora che sul web i tuttologi hanno avuto largo spazio in televisione, in trasmissioni di grande successo. I talk show sono, da anni, pieni di webeti che parlano di tutto, anche su temi di grande spessore tecnico senza avere alcuna cognizione della materia di cui discutono. Attricette di quarta fila, presunti esperti privi di qualsiasi titolo di studio, uomini di strada scelti con criteri estemporanei hanno invaso le case degli italiani per diffondere idee, a seconda dei casi, banali oppure ardite, sotto la sapiente regia di conduttori che mirano ad accrescere l’audience con la teoria che l’opinione dell’uomo comune è importante quanto quello del tecnico che ha studiato il problema o del personaggio che ha responsabilità istituzionali. Una democratizzazione del dibattito a trecentosessanta gradi anche su materie delicate e di grande impatto, come, ad esempio, le cure mediche e le vaccinazioni. 
Ovviamente, il messaggio è stato devastante. L’uomo da bar ha ritenuto di avere il diritto di estendere la platea alla quale far conoscere il proprio pensiero, visto che anche la televisione dava spazio a personaggi senza alcun background culturale e professionale.
E quando sono arrivati il web e i social ne ha approfittato per realizzare il suo desiderio.
Sarà sufficiente un webete per porre riparo a questo disastro?