IL SINDACATO QUALE FORZA DI CAMBIAMENTO PER RINNOVARE L’ITALIA

Giorgio Benvenuto
Aumentano le difficoltà economiche e sociali. L’Italia non riesce a trovare la strada della ripresa economica e dello sviluppo.
La deflazione, la disoccupazione, il fuggi fuggi dei capitali, dei cervelli, delle imprese, dilagano perché manca una strategia definita e convinta.
C’è un chiacchiericcio sguaiato che trova la sua massima espressione nei talk-shows ove si parla di riforme che non si faranno e di programmi che non si realizzeranno.
Ogni ipotesi di cambiamento è destinata a naufragare nella palude delle assemblee parlamentari, prive ormai di ogni potere se non quello dell’interdizione.
È assurda la sfida in atto in Italia e in Europa tra i fautori dell’austerità e i fautori della crescita. I veri interlocutori sono dall’altra parte del tavolo:  sono le imprese che chiudono, i giovani che non trovano lavoro, i poveri che aumentano.
Il nuovo Presidente del Consiglio Renzi ce la sta mettendo tutta, con grinta e con decisione. Deve però superare la fase dell’antitesi, della colpevolizzazione e della demonizzazione di tutto e di tutti. 
Renzi, approfittando della evanescenza delle opposizioni, si è affermato come leader inevitabile. Deve diventare un leader convincente e non solo un leader necessitato. Deve soprattutto dimostrare di essere uomo di parola e non uomo di parole.
Il Ministro dell’Economia Padoan ripete spesso che le riforme fanno bene all’economia solo se su di esse c’è il consenso; non debbono essere uno scalpo da offrire all’Europa ma una innovazione da spiegare e da condividere. Insomma è un invito a mettere scalpi, simboli e totem nel posto che li attende da tempo: il solaio
I neolaburisti vorrebbero persuaderci che il ritorno ad un decisionismo padronale, il meno condizionato possibile e, quindi, la negazione della stessa contrattualità, finirà per giovare allo stesso lavoratore.
I cambiamenti devono essere verso il nuovo, non possono essere un ritorno al passato. In questo contesto si colloca il problema del rapporto con i corpi intermedi e con il sindacato.
Enrico Deaglio sul supplemento di La Repubblica,  Il Venerdì,  ha scritto un graffiante saggio: “viale del tramonto, il sindacato non c’è più”. È un articolo che si aggiunge ad una campagna contro il sindacato che non ha precedenti.  È  una visione sbagliata. Il sindacato è un interlocutore fondamentale. Sbeffeggiare il sindacato come qualcosa di superato e di antiquato (un nostalgico e patetico ricordo del piccolo mondo antico) non facilita il cambiamento del paese, la sua modernizzazione. È e rimane un soggetto indispensabile: l’Italia è un paese in bilico che richiede, come dice Padoan, convincimento e consenso. Certo, il sindacato deve aggiornarsi, deve recuperare il tempo e le occasioni perdute. Deve trovare l’unità e la capacità di progettare e di proporre. Non può autoassolversi pensando di avere un grande futuro dietro le spalle.
La storia della crisi delle forze economiche e sociali, i cosiddetti corpi intermedi (Confindustria, sindacati, associazioni, ordini professionali, etc.) non comincia da ieri. Al valico degli anni duemila, in particolare, il sindacato arriva carico di rughe, spento nella progettualità, appesantito dal fardello del passato.
In questa storia di decadenza del sindacato ci sono una serie di punti di crisi, almeno sette, che vanno evidenziati.
Il primo punto, il più grave, quello che condiziona tutti gli altri,  è il progressivo abbandono del rapporto con i militanti. Nessuno può dimenticare quei momenti di grande fervore, di grande mobilitazione per le battaglie sociali e civili del novecento. Ricordiamo le accese polemiche, gli scontri infuocati, la forte partecipazione alle scelte che le organizzazioni sindacali confederali erano chiamate a compiere.
C’era molta vivacità e discussione. Anche troppa. Era giusto tentare di comporla. Ma si è andati troppo avanti su quella strada. E così sulla grande partecipazione sociale, economica e culturale è sceso a poco a poco un banco di nebbia che ha omologato tutto e tutti.
Nel sindacato e tra i sindacati si è smesso di discutere, di scontrarsi, di contarsi. I lavoratori, i giovani in particolare, se ne sono andati, anche perché nel frattempo i modelli di vita erano cambiati, le stagioni dell’impegno sociale e civile non c’erano più. E quelli che sono rimasti non sono stati più dentro il sindacato come associati, ma come consociati.
Il secondo punto di crisi è rappresentato proprio dal consociativismo, questo vizio ricorrente e oscuro, male endemico della politica e del costume italiano, che si è affermato al posto della concertazione, spegnendo la contrattazione.
A questi due fattori di crisi (l’aver spezzato il contatto con la gente; l’aver soffocato la dialettica interna) se ne aggiungono altri cinque che vanno richiamati non per una ricerca sterile delle responsabilità passate, ma perché individuare gli errori può essere utile per capire meglio che cosa adesso si può e si deve fare.
Un terzo punto di crisi sta nel non aver voluto capire la necessità del rinnovamento. Quel rinnovamento in cui, come dice Popper, alla fine sta la vera essenza della democrazia. Perché non importa che la democrazia sappia assicurare che prevalgano sempre e in ogni caso i migliori; quello che importa è che sappia fornire gli strumenti perché prima o poi i peggiori vengano mandati a casa. Invece il ricambio in parte degli uomini e in gran parte delle idee non c’è stato, non solo perché si sono temute le novità, ma anche perché il consociativismo, che presuppone si stia tutti insieme (uomini e idee) buoni e cattivi, migliori e peggiori, è nemico di ogni cambiamento.
Un quarto elemento di crisi sta nel non aver voluto vedere che il sistema delle relazioni sociali, come di quelle politiche, aveva bisogno di regole nuove. La fedeltà alle regole e ai modelli del passato è arrivata fino al punto di trasformarla in rigidità, in una specie di pergamena destinata a rimanere immutabile mentre la società si modificava e la storia accelerava i tempi del cambiamento. Il movimento sindacale ha avuto il grande merito di avere capito per primo, ma poi ha avuto il grande demerito di dimenticare.
Un quinto punto di crisi sta nel non aver compreso che lo Stato centrale, con il suo apparato elefantiaco della sicurezza sociale e dei servizi era diventato strutturalmente ingestibile, anche perché la dissociazione tra centri di entrata e centri di spesa impediva la trasparenza dei rapporti tra il dare e l’avere e portava irresponsabilità a tutti i vari livelli  amministrativi. Non sono state e non sono ancora raccolte le richieste dei cittadini di maggiore semplicità, di maggiore efficienza, di maggiore rispetto da parte dei settori della pubblica amministrazione e dei servizi con i quali quotidianamente essi sono costretti a venire in contatto.
Un sesto punto di crisi sta nell’aver raccolto in modo troppo episodico, e spesso opportunistico e strumentale, i problemi dell’ambiente, del territorio, delle grandi aree urbane.
Il settimo ed ultimo punto della crisi sta nell’aver accettato la commistione tra il giusto ruolo di indirizzo e di guida dei partiti ed il ruolo attivo di gestione, chiudendo gli occhi sulle forme di occupazione del potere politico nelle diverse sedi al centro e alla periferia.
Più che tracciare delle linee compiute dobbiamo soprattutto porre degli interrogativi, delle questioni di metodo, indicare alcune cose che si dovrebbero fare e soprattutto quelle che non dovrebbero essere fatte.
Dobbiamo innanzitutto sapere che non si esce da questa situazione senza le organizzazioni sindacali che, bene o male, hanno contribuito e saputo portare l’Italia, certo con molte contraddizioni ed errori, a livelli di benessere e di sviluppo mai raggiunti nella sua storia.
Senza negare gli errori e le responsabilità che pesano sulle spalle delle organizzazioni sindacali dobbiamo arrivare ad una loro autoriforma. Sono due le direzioni in cui si deve operare. La prima è quella della correzione degli errori. Punto per punto si devono prendere in esame tutti i fattori di crisi in cui ci si è impantanati per trovare le procedure, i metodi, le iniziative per ridurli al massimo, possibilmente fino ad eliminarli. La seconda direzione è quella dell’aggiornamento del sindacato, della rimessa in discussione dei suoi obiettivi e dei suoi referenti in una società così cambiata.
Correggere i fattori di crisi significa ricostruire il rapporto con i lavoratori; saper rifondare un sindacato che non sia solo degli iscritti, degli associati, peggio ancora dei consociati, tanto meno dei dirigenti, degli apparati, ma sia tendenzialmente un sindacato aperto, dialettico, movimentista.
Correggere i fattori di crisi significa ridurre gli eccessi delle presenze e del potere. Significa aprirsi al cambiamento. Significa migliorare il sistema di formazione delle leggi. Significa razionalizzare la struttura amministrativa.
Correggere i fattori di crisi significa capire che l’efficienza dei servizi e delle istituzioni è un valore di fondo della democrazia, non è un optional che può esserci o non esserci. Significa capire che la Seconda Repubblica potrà anche essere diversa ma non sarà migliore di quella che l’ha preceduta se non risolverà problemi strutturali come quello dell’equità fiscale, dell’occupazione, della vivibilità, ma anche dell’ammodernamento delle aree urbane, dei modelli di sviluppo territoriale. 
Tutto questo richiederà un impegno duro dei sindacati: un impegno di autocorrezione ma anche di dibattito, di studio, di ascolto. E richiederà nuovi strumenti di organizzazione, di selezione dei gruppi dirigenti, di confronto, di presenza. Richiederà soprattutto che si riprenda il cammino verso l’unità sindacale. Il compito più difficile è però quello di capire perché, in che modo, si giustifica che debba esistere ancora nella società del duemila il sindacato. Parlare oggi di sindacato non è facile; molti gli addebitano ingenerosamente e opportunisticamente la responsabilità della crisi. Certo, parlare di sindacati ieri era facile, spontaneo,  nell’epoca di bastimenti che partivano carichi di emigranti, nell’epoca della giornata di dodici ore, dello sfruttamento dei bambini e delle donne. Era facile, era bello, quando scioperare significava rischiare il licenziamento. E il sindacato ha combattuto le sue battaglie più grandi per cancellare questi soprusi, per affermare l’equità sociale, per ricostruire il paese nel secondo dopoguerra, per sconfiggere il terrorismo, per entrare in Europa. Oggi lo spazio per questo tipo di battaglie – che non è vero che non siano più attuali; che non è giusto che non vengano più fatte – c’è ancora. È uno spazio che deve essere sviluppato, coltivato, ampliato.
Il sindacato deve essere capace di ritornare a stare dalla parte dei deboli e dei più poveri, senza dimenticare le esigenze di chi povero non è e neppure vorrebbe diventarlo. Deve muoversi nella società di oggi e nel mercato che ne fa parte sapendo che le sue rapide mutazioni lasciano delle vittime senza però rimanere succubi delle sue regole e senza lasciare che si impongano le sue spietate pratiche darwiniane.
Occorre ridefinire il ruolo del sindacato. Reinventare uno scenario ed una immagine coerente con la società postindustriale.
Occorre ridefinire una strategia di intervento sul sociale che non trascuri la catena di montaggio laddove esista ancora, ma che tenga conto della grande valenza del terziario, del mondo della finanza, dei fondi pensione.
Occorre immaginare nuovi strumenti anche di democrazia economica; nuovi strumenti di partecipazione dei lavoratori come la codeterminazione alla tedesca, come la gestione dei fondi pensione. 
Si parla tanto di modello tedesco. È un ottimo riferimento. Va realizzato nella sua interezza. Esemplare è quanto accade in queste settimane alla Volkswagen ove il responsabile della IG Metall Bernd Osterloh presenta le proposte sindacali (un dossier di 400 pagine) all’Amministratore Delegato Martin Winterkorn per realizzare una ottimizzazione dei costi di cinque miliardi di euro.
Lo Statuto dei lavoratori va valorizzato facendolo diventare lo Statuto dei lavori per realizzare la riunificazione del mondo del lavoro.
Tutto questo significa ridefinire le coordinate dell’identità del sindacato. Un sindacato unito, moderno, che non rinnega le sue origini, che aggiorna i suoi obiettivi ma mantiene l’orgoglio delle sue radici.
Finito il mito della espansione quantitativa, cambiata la geografia sociale, si deve essere capaci di progettare il futuro, di condizionare lo sviluppo di questa società, su nuove coordinate. Il mondo è cambiato e cambia sempre più velocemente. Dobbiamo ritarare le politiche economiche e sociali, riscrivere il concetto di stato sociale, rivedere i rapporti tra Stato e mercato, tra economica e istituzioni.
Si devono trovare nuove forme di aggregazione sociale, che vadano al di là della classe, proporre obiettivi e valori che sappiano parlare ai giovani. La discriminante è l’essere realmente una forza di cambiamento, anziché di conservazione; l’essere una forza che si propone di sostenere il lavoro e non il privilegio o la rendita.