IL GOVERNO CONCENTRI L’AZIONE SUI PROBLEMI REALI DEL PAESE, OCCUPAZIONE E SVILUPPO ECONOMICO. SUPERARE L’ITALICUM IN SINTONIA CON LA TRADIZIONE PLURALE DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA

Nello Formisano

I risultati delle elezioni amministrative evidenziano, al di là dei condizionamenti di ordine locale, un profondo disagio nazionale che ha raggiunto il livello di guardia.
Un disagio che viene da lontano e che trae origine, in primis, da una situazione economica che continua ad essere assolutamente precaria.
I numeri dicono che la recessione è finita, ma che la ripresa non c’è.  Quando la crescita si misura in decimali di punto è molto più corretto parlare di stagnazione piuttosto che di  sviluppo. E, soprattutto, una ripresa così debole non consente alcun risultato significativo in termini di aumento dei posti di lavoro.
Come dimostrano, d’altronde, i dati sulla disoccupazione che è rimasta a livelli insopportabili, nonostante qualche successo dovuto alla decontribuzione, un provvedimento sicuramente positivo, che non doveva, però, essere limitato a un solo anno ma riconfermato per un arco di tempo sufficiente a consentire il consolidarsi dei risultati nel periodo medio – lungo.
Appare evidente che l’economia e l’occupazione avrebbero dovuto essere la prima preoccupazione del governo che, invece, ha concentrato la sua attenzione sulla riforma costituzionale e sulla nuova legge elettorale, temi di grande profilo che, però, non scaldano i cuori degli elettori.
Ovviamente, non è impossibile recuperare i consensi perduti. I numeri dei votanti dicono che gran parte di coloro che hanno abbandonato il Centro Sinistra si sono rifugiati nell’astensione. Le elezioni politiche sono ancora lontane. Sarà sufficiente correggere il tiro per conseguire risultati diversi e più soddisfacenti. 
È doveroso, però, essere più vicini ai cittadini e, soprattutto, agli strati più deboli della popolazione. Quindi, riaprire il capitolo politiche del lavoro, utilizzando anche armi non convenzionali per combattere la disoccupazione. Non si tratta di adottare provvedimenti spot per migliorare di qualche decimale di punto le statistiche, ma di fare della crescita dell’occupazione l’obiettivo fondamentale della politica economica, concentrando tutte le risorse disponibili su questo fronte. E di avere, anche, maggiore attenzione ai diritti dei lavoratori che, negli ultimi anni, hanno subìto arretramenti molto gravi, con la cancellazione di conquiste che risalivano addirittura agli anni ’60.
Non può non essere ascritta a colpa della classe politica una situazione in cui l’allarme sulla disoccupazione giovanile e sulla “generazione meglio istruita di sempre che rischia di diventare una generazione perduta” viene da un super manager come Mario Draghi che avrebbe come mission di occuparsi di tutt’altro e non dai politici e dagli uomini di governo che hanno giurato su una Costituzione che, all’art. 1, dice “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. 
Sul piano della gestione è ora di avviare una linea più inclusiva,  che rafforzi il dialogo con i corpi intermedi. Un corretto rapporto con i sindacati è necessario non solo perché si tratta di organizzazioni che hanno una funzione fondamentale per gli equilibri democratici ma anche perché sono rappresentativi di una parte fondamentale della società, sia sul piano della politica che su quello dell’economia.
Non si può non sottolineare, inoltre, che la vocazione maggioritaria non ha mai portato fortuna al Partito Democratico, anche perché si tratta di una palese forzatura in stridente contrasto con la storia dell’Italia repubblicana. 
Alcide De Gasperi, nel 1948, dopo una trionfo elettorale che gli avrebbe consentito di governare in splendida solitudine, aprì ai partiti di centro da cui venne un modesto apporto di voti popolari e di seggi parlamentari ma un grande contributo in termini di idee e di proposta politica.
Con quella mossa De Gasperi consolidò un risultato transeunte, trasformandolo in una vittoria strategica che assicurò alla Democrazia Cristiana oltre quaranta anni di supremazia nel governo del Paese.
Ora, bisogna tornare a quella impostazione. La società italiana è, naturaliter, incline al pluralismo e non accetta ingabbiamenti predefiniti. Il Partito Democratico è primo per consensi e per autorevolezza. Ma ha bisogno di alleati che siano espressione di quelle aree della società che un partito di massa non è in grado di rappresentare. Quelle aree che in passato hanno dato vita a formazioni politiche, quali il Partito d’Azione, il Partito Repubblicano, il Partito Liberale, la cui influenza è sempre andata al di là del mero consenso elettorale e che hanno avuto un ruolo determinante nelle scelte fondamentali dell’Italia.
In questa ottica appare ormai improcrastinabile la revisione dell’Italicum che potrebbe essere visto dagli elettori come una costrizione inaccettabile e potrebbe spingerli ad  accentuare ancora di più l’orientamento a scegliere l’antipolitica con effetti deleteri per il Paese.