IL CENTRO DEMOCRATICO PER L’UNITÀ DEI RIFORMATORI DEI LIBERALDEMOCRATICI E DEI CATTOLICO POPOLARI

Nello Formisano
L’Assemblea nazionale del 19 luglio ha riconfermato la linea del Centro Democratico che si è dato la mission di assicurare rappresentanza politica a quelle componenti della società che appartengono all’area del centrosinistra ma si riconoscono in valori, interessi, sensibilità, distinti anche se non distanti, da quelli ai quali si ispira il Partito Democratico.
Con l’avvento della seconda repubblica la cultura liberaldemocratica e quella cattolico popolare sono scomparse dal panorama istituzionale italiano.
Il Centro Democratico vuole restituire una voce a quella cultura e a quella tradizione. La Lista ALDE alle elezioni europee è stato il primo passo di un discorso più ampio che deve essere portato avanti con coerenza e determinazione.
Le premesse perché quel discorso abbia successo sono che la politica prevalga sull’organizzazione, che tutti siano disponibili a mettersi in gioco, che fra coloro che intraprendono un cammino comune ci sia pari dignità.
Il Centro Democratico ha già dimostrato di avere a cuore l’affermazione delle idee e di essere disposto a superare il proprio simbolo per realizzare un progetto politico alto.
Il dibattito in Assemblea ha evidenziato che ci sono interlocutori con i quali è possibile dare concretezza a questo disegno.
In primo luogo, Guy  Verhofstadt che rappresenta l’ancoraggio europeo dell’operazione. Un ancoraggio solido che ha superato agevolmente il risultato non brillante delle elezioni del 25 maggio.
Poi, ci sono Lorenzo Dellai, Federico Fauttilli e gli altri amici che hanno dato vita a Democrazia solidale. 
I nostri indirizzi programmatici sono pienamente sintonici con quelli indicati da Dellai nel suo intervento.
Dellai ha condiviso la scelta operata dal Centro Democratico fin dalla sua nascita per una alleanza organica con il Partito Democratico nel Centrosinistra.
Coincidono, inoltre, i princìpi fondamentali, la democrazia comunitaria, la valorizzazione dei corpi intermedi, la tutela delle autonomie, la politica come confronto e dialogo fra formazioni diverse e, quindi, il modello coalizionale rispetto al partito pigliatutto che, inevitabilmente, è  impossibilitato ad ascoltare con la dovuta attenzione tutte le componenti di una società complessa come quella italiana.
Rientrano in questo modello le intese con i movimenti locali e con le liste civiche che sono la ricchezza dei territori e che hanno bisogno di una entità a dimensione nazionale che abbia la volontà e la capacità di fare la sintesi delle proposte, delle sollecitazioni, delle voci spontanee che si levano dal Paese reale.
Il Centro Democratico può e deve svolgere questo ruolo in quanto è un partito aperto, nel quale ci si confronta sulle idee e sulla volontà di partecipazione, non sulla conta delle poltrone e sui destini personali.
In conclusione c’è una area, la nostra area, quella dei popolari, liberaldemocratici e riformatori, che è attualmente priva di una struttura politica di riferimento e che attende di essere rappresentata.
Un’area che ha una tradizione di valori democratici, di civismo e di buona amministrazione e che, proprio per questo, ha una autorevolezza che è sempre andata ben al di là del consenso elettorale.
Il Partito Democratico ha avuto un indiscutibile successo alle elezioni europee conseguendo un suffragio che ha sfiorato il 41 per cento, superando ogni più favorevole previsione.
Però il consenso non esclude il dialogo con altre forze politiche che rappresentino una fetta di opinione pubblica minoritaria, ma autorevole e complementare, dell’area di centrosinistra.
Nel 1948 la Democrazia Cristiana conquistò il 48,51 per cento dei voti e la maggioranza assoluta dei parlamentari.
Ma De Gasperi non ebbe esitazioni e volle una coalizione più ampia chiamando al governo anche il Partito Liberale e il Partito Repubblicano con incarichi di grande prestigio che andavano ben al di là della rappresentanza parlamentare di quei  partiti.
Valorizzare  formazioni minori, rappresentative di settori della società che non trovavano spazio nella Democrazia Cristiana pur trattandosi di un grande partito di massa, fu una scelta strategica che ha segnato tutto il corso della prima repubblica e ha assicurato qualità all’azione di governo e stabilità al sistema politico.
Noi siamo convinti che anche il Partito Democratico, al di là delle tendenze egemoniche di qualche suo esponente, saprà riconoscere il ruolo dei partiti minori che, all’interno di una coalizione omogenea e coesa, potranno rappresentare meglio aree culturali e sociali che in un partito condizionato dai grandi numeri non avrebbero possibilità di far sentire la propria voce.
Però, il Partito Democratico non può avere una pluralità di interlocutori che rappresentano lo stesso bacino elettorale. 
È nostro dovere dare un assetto stabile – nelle forme e con modalità idonee a garantire il successo dell’iniziativa – alla rappresentanza politica di questo settore della società e portare a conclusione favorevole il dialogo avviato da tempo e che ha avuto sviluppi significativi nella Assemblea nazionale del 19 luglio.
Il tempo a disposizione non è infinito. Le tornate elettorali, amministrative e regionali, dei prossimi mesi, saranno decisive per il futuro dei liberaldemocratici, cattolico popolari e riformatori e per un assetto più equilibrato del panorama politico italiano.