IL CASO MARÒ, CON IL PROSSIMO RIENTRO IN ITALIA DI SALVATORE GIRONE, SI AVVIA VERSO UNA CONCLUSIONE FAVOREVOLE. RIMANE APERTO IL CAPITOLO DELLE RESPONSABILITÀ

Salvatore Girone

Con la decisione del Tribunale Arbitrale dell’Aia di autorizzare il rientro in Italia di Salvatore Girone il caso dei due marò, pur essendoci ancora molti ostacoli da superare, si avvia verso una soluzione favorevole.
Quando sarà completata questa fase, sarà necessario riflettere con calma su tutta la questione cominciando anche ad approfondire il capitolo errori e responsabilità.
Perché errori, in questo caso ne sono stati commessi e responsabilità sicuramente ce ne sono. Non si tratta di lanciare accuse generiche al governo, come fanno le opposizioni di turno e i tanti giornali in cui predomina il qualunquismo in omaggio allo slogan sempre vincente “piove, governo ladro”, né di valorizzare fughe in avanti avventuristiche che, se attuate, avrebbero indebolito la credibilità dell’Italia davanti a tutta la comunità internazionale.
Anzi, a nostro avviso, dopo che il problema si era manifestato in tutta la sua gravità, tutti i governi che si sono succeduti lo hanno gestito con senso dello stato e con grande responsabilità, senza inutili sceneggiate o controproducenti esibizioni di muscoli “ad usum elettorale”.
Anche il ricorso al Tribunale dell’Aia è stato attivato al momento giusto, quando la consolidata inerzia della giustizia indiana aveva reso più solide le posizioni del nostro Paese.
Le responsabilità riguardano la fase precedente sulla quale finora è stato steso un velo pietoso sia dalle  fonti istituzionali che dalla grande stampa.
La domanda che attende ancora una risposta è come e perché la nave ha attraccato in un porto indiano.  
L’incidente, come è noto, è successo in acque internazionali, o, almeno ai confini delle acque territoriali. E, fin dal primo momento, ci si è resi conto che si trattava di un incidente grave, in cui erano morti due cittadini indiani, pescatori o terroristi che fossero.
Dopo quell’incidente si potevano fare tante cose. L’unica cosa che sicuramente era da non fare era di andare in un porto indiano. Cosa che, inevitabilmente, avrebbe provocato l’apertura di una indagine con implicazioni, comunque, spiacevoli sia sul piano giudiziario che su quello politico.
La Enrica Lexie era una nave civile, in cui i poteri di decisione spettavano al comandante e all’armatore. Però, ospitava a bordo due militari che rispondevano alla Marina Militare e al ministero della Difesa.
E il primo errore è stata proprio la infelice formulazione del Decreto legge del 12 luglio 2011 che ha aperto la strada all’utilizzo dei militari sulle navi civili. Formulazione che è piena di ambiguità sulla catena di comando, ambiguità che sono riprodotte, ovviamente, nella convenzione fra Ministero della Difesa e Confederazione italiana degli armatori dell’11 ottobre 2011.
Ricordiamo che all’epoca era in carica il governo Berlusconi. Lo ricordiamo senza alcuno spirito polemico, ma solo per far comprendere che, nella vicenda, ci sono responsabilità diffuse.
Le carenze del decreto legge e della convenzione non ci consentono di sciogliere il dubbio su chi abbia deciso di attraccare nel porto di Kochi mettendo i fucilieri nelle mani della giustizia indiana.
La nave era privata e, quindi, il comandante e l’armatore hanno sicuramente avuto un ruolo preminente nella vicenda. Però, è difficile credere che abbiano deciso tutto da soli. C’è il dubbio che qualcuno, a livello di governo, abbia dato il benestare all’operazione. 
Senza aprire una caccia alle streghe, è un capitolo da approfondire.