I DELITTI DI PRIEBKE E IL NAZISMO

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino
 
L’anno prossimo, il 23 marzo 2014, molti di noi saranno, come ogni anno, in via Tasso a Roma, dove da mezzo secolo  si commemorano  la   deportazione e la strage  di 335  italiani  antifascisti ed ebrei.  E chi, come me, c’è stato molte volte, sa che il nome di Eriche Priebke, capitano delle SS, che  dal comandante (il tenente colonnello dei  Servizi di sicurezza (SD) a Roma,  Herbert Kappler) fu incaricato, insieme con il capitano Kurt Schulz della responsabilità  che quelli che figuravano nella lista venissero realmente fucilati,è abbastanza noto tra quelli che hanno vissuto o hanno sentito a lungo parlare di  quei drammatici giorni.

La lista di 320 persone (dieci per ogni soldato tedesco ucciso nell’attentato del Gap in via Rasella, secondo l’ordine diretto del Fuhrer ), divenuta – nelle ultime ore della ricerca – di 335 (per la morte tardiva di un altro soldato tedesco, ferito gravemente in via Rasella), venne compilata in alcune ore di intenso lavoro burocratico  dal colonnello  Kappler, con l’aiuto del questore di Roma Pietro Caruso, la consultazione del ministro degli Interni della RSI Guido Buffarini Guidi, l’ individuazione  diretta di un centinaio di ebrei e di prigionieri politici e comuni detenuti nelle carceri della capitale condannati a morte o (come poi avvenne , in attesa di deportazione nei lager tedeschi).
Era stato  il comandante nazista della Roma occupata, il generale delle SS Kurt Malzer, a dargli l’ordine di preparare la lista ma, alla fine, volò a Roma il generale Wolff, capo supremo della  polizia nazista, per dargli l’ordine definitivo e fu il Comando supremo delle armate naziste a Berlino a chiarirgli che l’ordine dell’eccidio era di fucilare nelle successive  ventiquattro ore tutti i prigionieri selezionati.
L’intento nazista era quello di punire la popolazione romana, e gli italiani in genere per le azioni compiute dai partigiani che non soltanto nella capitale ma in tutto il paese si stavano organizzando per resistere all’odiosa occupazione nazista. Ricordo questi particolari di quella strage perché deve essere chiaro che Priebke ebbe la pesante responsabilità di eseguire ed attuare, senza esitazioni, il terribile ordine di Hitler ma che fu tutto il gruppo dirigente centrale di Berlino e dell’Europa occupata a collaborare direttamente  all’ordine hitleriano e che il governo della Repubblica Sociale Italiano non fu da meno e non si dissociò neppure per un minuto da quel feroce  assassinio collettivo nella capitale italiana. Colpiscono ancora, a leggere i particolari di quella terribile rappresaglia, le storie di decine di vittime colpevoli soltanto di resistere al nemico che, da un giorno all’altro, cambiarono il loro destino evitando la deportazione nei lager ma terminando di colpo la loro vita con una fucilata o colpevoli soltanto di essere ebrei. Ebrei che erano stati fino all’autunno 1938,  a tutti gli effetti, cittadini dell’Italia retta dalla dittatura fascista ma che avevano pagato con una persecuzione sempre  più forte l'”abbraccio brutale”, come scrisse lo storico inglese William Deakin, tra Roma e Berlino.
Nessun dubbio, insomma  sui delitti di Priebke e sulla sua diretta partecipazione all’eccidio romano, ma il suo cosiddetto testamento di fede nazista – raccolto dai giornalisti poco prima della morte – conferma purtroppo quanto fosse profondo quello che un altro  grande storico, Hobsbawm, chiamò nel suo ultimo libro “il male di fondo del Novecento”, un male che era europeo, che ebbe il suo centro nella Germania nazionalsocialista ma che toccò gran parte del vecchio continente, inclusa l’Italia.