GRECIA: L’EUROPA SUPERI LA POLITICA DI AUSTERITY

Alexis Tsipras
La crisi del debito sovrano della Grecia prosegue in un susseguirsi di nubi minacciose e di spiragli. La riunione dell’Eurogruppo dell’11 febbraio si è infatti conclusa con un nulla di fatto, con Atene ferma sulle sue posizioni e la Germania sempre più intransigente. Anche se le prospettive appaiono meno oscure alla luce delle aperture tedesche intervenute nelle ultime ore e della liquidità saggiamente concessa alle banche elleniche dalla BCE di Mario Draghi. Le richieste del governo greco relative ad un prestito ponte che traghetti il paese fino all’estate, dando così al premier Tsipras il tempo per avviare iniziative umanitarie in favore degli strati più poveri della popolazione, iniziative che potrebbero, anche, favorire la ripresa dell’economia, non appaiono in realtà del tutto irricevibili dall’Unione Europea.
Si tratta, di proposte condivise da economisti di fama internazionale, che molti stati europei sarebbero pronti ad accogliere, scongiurando il rischio di una uscita della Grecia dalle Istituzioni comunitarie e di un suo passaggio armi e bagagli alla corte di Vladimir Putin nel momento cruciale della crisi ucraina. L’Europa, in effetti, appare propensa ad un accordo con Atene, che eviti il default ellenico e salvi l’unità della UE, ma l’intransigenza di Berlino, al di là delle dichiarazioni di facciata, ha, di fatto, bloccato, finora, ogni prospettiva di dialogo. La cancelliera Merkel, spalleggiata dal suo ministro dell’economia Schaueble, è rimasta ferma per settimane sulle sue posizioni, basate soltanto sul rispetto dei conti, con una rigidità che rasenta, ormai, l’ottusità politica e che minaccia di far deflagrare l’intera costruzione comunitaria. Se Berlino è convinta in questo modo di difendere l’Europa ha di certo fatto male i suoi conti. La mancanza di flessibilità, il disprezzo con cui tratta i paesi e i popoli mediterranei e l’arroganza con cui pretende di imporre a tutta l’Europa le proprie scelte stanno avendo un effetto boomerang. Si sperava che la vittoria di Tsipras in Grecia e l’avanzata di Podemos in Spagna facessero capire al governo tedesco i pericoli di una austerity fine a se stessa.
Purtroppo, finora, non ci sono stati, invece, progressi concreti. 
Certo, è probabile che alla fine si arrivi a un accordo e che anche la Germania si pieghi a un ragionevole compromesso. Ma, in economia, il tempo non è un fattore neutro. Il ritardo e la lentezza nelle decisioni sono una manna per speculatori e avventurieri di ogni risma che sono una fauna molto ben rappresentata nella finanza internazionale e che, spesso, negli ultimi anni, hanno fatto fortuna aggredendo gli Stati in difficoltà e sfruttando, probabilmente, connivenze nei centri decisionali della UE e di alcuni paesi membri.
La tempestività è fondamentale per evitare inutili sofferenze al popolo ellenico e oneri molto più elevati per gli altri Stati dell’Unione, evitando il ripetersi di un malefico copione già sperimentato in passato, del quale la Merkel è stata fra i principali responsabili.
È quindi necessario fermare lo strapotere della Germania, anche perché è, purtroppo, acclarato che, finora ha fatto un pessimo uso delle sue capacità di condizionare le decisioni comunitarie.
I paesi del Mediterraneo, Spagna, Francia e Italia, che rappresentano una parte considerevole dell’Unione Europea sia in termini politici, sia in termini economici e demografici devono cominciare a coordinare la loro azione opponendo un fronte comune alle scelte sbagliate dell’Esecutivo tedesco, non tanto in difesa della Grecia, quanto in difesa delle prospettive di sviluppo dell’intera Unione.
Come ha ripetuto ancora una volta il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, arrivati a questo punto, il vero problema non è la Grecia ma la necessità di un cambio di direzione della politica comunitaria. Ci vogliono più sviluppo, più politiche industriali e maggiore impegno per l’occupazione che deve essere l’obiettivo primario dell’azione degli Stati e delle istituzioni comunitarie.
Se è accettabile che gli interessi dei paesi creditori vengano salvaguardati è altrettanto vero che l’unico modo di raggiungere lo scopo è rilanciare l’economia. 
In conclusione, bisogna passare dalla fallimentare politica di austerità perseguita finora a una politica di sviluppo, stimolando la crescita di tutta la zona euro e, quindi, anche della Grecia che potrebbe, in tal modo uscire dalla congiuntura negativa e fare fronte più agevolmente alle proprie obbligazioni e alle attese dei  mercati finanziari.
L’alternativa è intestardirsi in una linea ottusa, dannosa e controproducente, che ormai ricorda molto da vicino le imposizioni che le potenze vincitrici fecero dopo la Grande Guerra alla Germania di Weimar e che contribuirono, come oggi concordano tutti gli storici, a minarne l’assetto sociale e democratico facilitando così i disastri che sarebbero sopraggiunti. 
C’è da augurarsi che il vertice europeo del 16 febbraio termini con la tanto sperata fumata bianca e che possa essere il punto di partenza per una nuova politica comunitaria, finalmente rivolta allo sviluppo economico e sociale.