GIÙ LE MANI DALLE PENSIONI. SOLUZIONI INNOVATIVE PER RILANCIARE LO SVILUPPO

Matteo Renzi
Speriamo di sbagliarci ma abbiamo il timore che anche Renzi stia per imboccare il circolo vizioso che ha portato allo stallo i governi precedenti .
Nei giorni scorsi ci sono state una serie di interviste che, se non smentite, potrebbero indurre a ritenere che ormai l’Esecutivo sia prigioniero del pensiero unico che condiziona la politica economica italiana e  impedisce di ricercare una linea idonea per riportare il Paese sulla via dello sviluppo.
Guido Tabellini, voce autorevole dello staff degli economisti vicini a Palazzo Chigi, propone di ridurre i salari per accrescere la competitività delle aziende e le esportazioni.
Una strada già battuta che aggrava i problemi invece che avviarli a soluzione.
Il taglio delle retribuzioni, nella attuale situazione, porterebbe solo ad aumentare la povertà e ad indebolire ulteriormente i consumi interni. E non è affatto certo che ci sarebbe un recupero sul piano delle esportazioni, considerato che la concorrenza internazionale è molto forte e nessuno è in grado di dire di quanto dovrebbe essere ridotto il costo del lavoro per acquisire maggiori quote sui mercati esteri.
È anche vero che Tabellini ha detto una cosa più seria e più condivisibile, spostare quote di salari dal contratto nazionale a quelli aziendali, in modo da consentire alle imprese marginali di rimanere sul mercato salvaguardando i relativi posti di lavoro.
Ma i giornalisti non colgono queste differenze e il messaggio che è passato, e che non è stato smentito, è quello di ridurre i salari per salvare l’occupazione, un messaggio che è deleterio in quanto indebolisce ulteriormente le già fragili possibilità di ripresa dell’economia, oltreché essere devastante sul piano sociale.
Poi ci sono state dichiarazioni assolutamente inaccettabili sul fronte delle pensioni. L’ipotesi, avanzata fra gli altri dallo stesso ministro Poletti, è quella di tagliare le pensioni, bloccando ulteriormente la perequazione annua che già è assolutamente inadeguata a salvare il potere di acquisto e, addirittura, introducendo un contributo di solidarietà, una imposizione fiscale surrettizia che si vuole far gravare, a dispetto delle regole costituzionali, solo su una parte della popolazione.
Tagliare le pensioni è come tagliare il debito pubblico. È una violazione di un contratto che segnerebbe il fallimento dello Stato e, ovviamente, del governo che dovesse ricorrere a un provvedimento del genere.
Ed è una ricetta sbagliata nella analisi e nella soluzione. 
Ora è di moda sostenere che le pensioni retributive sono scollegate dalle retribuzioni pregresse e dai contributi versati.
Purtroppo, nel nostro sistema mediatico le idiozie si affermano con facilità soprattutto se sono finalizzate a favorire gli interessi di lobbies forti o sono funzionali ad esercizi di servilismo nei confronti del potere.
La realtà è che, salvo pochi casi di pensioni d’oro propiziate da leggi o da emendamenti “ad personam” o “ad castam”, le pensioni retributive rispecchiano gli accantonamenti effettuati nella vita lavorativa di ognuno, soprattutto nel caso dei lavoratori dipendenti che hanno versato aliquote superiori al 30 per cento delle proprie retribuzioni.
Nonostante sperperi e dissipazioni quei contributi sono più che sufficienti a pagare le pensioni, anche quelle cosiddette elevate che corrispondono a retribuzioni e a contribuzioni altrettanto elevate.
Ricordiamo che quote rilevanti di quei contributi sono state distratte per pagare, nel tempo, cassa integrazione, pensioni sociali e pensioni a categorie privilegiate che avevano versato zero contributi e che hanno un trattamento previdenziale a spese della collettività.
Tutti oneri che avrebbero dovuto ricadere sulla fiscalità generale e, invece, sono stati posti a carico dei pensionati e dei pensionandi e, in particolare, delle contribuzioni dei lavoratori dipendenti.
Ma la cosa più grave è che il patrimonio immobiliare, in cui gli enti previdenziali avevano l’obbligo di investire i contributi, è stato sperperato in fitti e in svendite a prezzi ridicoli in favore della casta e di gruppi privilegiati di amici degli amici.
Quel patrimonio immobiliare era di proprietà dei lavoratori, poi pensionati, con i cui contributi era stato acquistato ed era la garanzia reale dei loro trattamenti previdenziali.
La svendita di quel patrimonio è il più grande scandalo della prima repubblica di cui nessuno parla perché coinvolge, a vario titolo, tutta la classe dirigente passata e presente.
Prima di aggredire le pensioni sarebbe doveroso intervenire sui criteri di gestione degli Enti preposti e, in particolare, dell’INPS valorizzando gli immobili ancora in proprietà e allineando sia le locazioni che le eventuali vendite ai prezzi di mercato.
Sarebbe più che sufficiente per riportare in equilibrio la previdenza, nonostante gli sprechi del passato. 
Questo sul piano della sostenibilità del sistema pensionistico.
Sul piano giuridico che è quello più importante in quanto i rapporti fra Stato e cittadini si basano sul diritto, la Corte Costituzionale ha già fissato dei paletti. E altri sarà costretta a fissarne se il governo costringerà i pensionati a intraprendere la via giudiziaria per la tutela dei propri diritti.
Ricordiamo che le guarentigie costituzionali non sono nella disponibilità né del governo, né del Parlamento. 
Una valanga di vertenze è l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Esecutivo Renzi se vuole preservare il proprio credito, ampio ma fragile, come tutti i crediti fondati sulle promesse più che sulle realizzazioni.
Il 40 per cento di consensi può diventare facilmente il 40 per cento delle delusioni se vengono ignorati i veri interessi della nazione.
Sul piano della politica economica, infine, il governo deve uscire dal pantano in cui la pigrizia intellettuale, il conformismo e la mancanza di idee hanno portato l’economia italiana e cercare strade nuove per rilanciare lo sviluppo.
Renzi, a ragione, attribuisce grandi responsabilità nella genesi della crisi, oltreché ovviamente ai politici, anche ai “professoroni” che sono stati i consulenti privilegiati della classe politica e imperversano da venti anni sui principali quotidiani con analisi intrise di banalità e ipotesi di soluzione che si rimpallano l’un l’altro col copia e incolla, senza un briciolo di inventiva e di originalità e cercando sempre di ingraziarsi il potente di turno.
I disastri della Fornero dimostrano che la cattedra non sempre è segno di affidabilità sul piano culturale, professionale e operativo. 
Ma per liberarsi della falsa cultura basata sulle clientele e sul nepotismo, non sono sufficienti le invettive.
Bisogna costruire un’alternativa. Bisogna sostituire i “professoroni” gonfi di familismo, di relazioni e di salotti con professori veri, capaci di pensare con la propria testa e di indicare percorsi innovativi, senza scopiazzare, qua e là, proposte datate, bocciate dalla storia di questi anni. 
Non è un percorso facile perché bisogna scegliere idee, programmi e persone e il rischio di sbagliare è molto alto. Ma è l’unico che ci possa portare fuori dal tunnel. 
Renzi, finora, su questo piano, al di là delle battute e delle polemiche, è in fortissimo ritardo. Anzi, non ha nemmeno cominciato. La rottamazione dei superburocrati e dei cattedratici, vecchi di età e di studi, sarebbe un passo importantissimo per la società e per l’economia.