FERMEZZA CONTRO BERLUSCONI MA LEALTÀ VERSO IL GOVERNO PER EVITARE LA CRISI

Nello Formisano

Sono state sufficienti ventiquattro ore per buttare al macero i discorsi sulla responsabilità. La condanna definitiva ha posto fine al Berlusconi statista che, secondo i suoi aficionados, aveva fatto nascere il governo Letta nell’interesse dell’Italia.
I problemi dell’Italia, oggi, sono gli stessi del 31 luglio e l’interesse dell’Italia non è cambiato rispetto a quando l’Esecutivo ha avuto la fiducia delle Camere.
Se il PDL ha cambiato, o sta cambiando,  atteggiamento, è solo perché è cambiato l’interesse di Berlusconi.
Appare evidente oggi quello che tutti potevano immaginare ieri. L’atteggiamento responsabile era una finzione, dalla quale il Cavaliere credeva di poter ricavare un giudizio più comprensivo da parte della Magistratura.
Purtroppo, ancora una volta, il PDL dimostra non solo di non avere senso dello stato, ma di non conoscere nemmeno il funzionamento delle Istituzioni.
Come era prevedibile, la magistratura si è limitata a emettere una sentenza su un’accusa di reato, senza farsi condizionare da considerazioni di ordine politico o di opportunità.
Né appare molto più brillante l’idea dei Presidenti dei Gruppi parlamentari di andare dal Capo dello  Stato a chiedere la grazia per Berlusconi, minacciando, in caso di diniego, le dimissioni dei deputati e dei senatori  del partito.
Ambienti del Quirinale hanno già risposto che la procedura prevede in modo rigoroso chi è abilitato a chiedere la grazia. E, certamente, i Presidenti dei Gruppi parlamentari non hanno alcun titolo per avanzare una simile richiesta.
Ancora meno la proposta potrebbe essere considerata ricevibile se accompagnata da minacce o da pressioni che, ovviamente, il Presidente della Repubblica non potrebbe tollerare.

Per giunta, la grazia andrebbe attribuita a un condannato che ha una serie di altri processi in corso, fatto che rende molto più difficile l’adozione di un provvedimento di clemenza. Ha commentato giustamente un autorevole giornalista che è stato anche parlamentare per il centrodestra e non può essere tacciato di antiberlusconismo che il Cavaliere avrebbe bisogno di un abbonamento alla grazia, mentre l’istituto è, notoriamente, un provvedimento “una tantum”.
La cosa più grave di questa reazione scomposta è che un partito che ha avuto il consenso di milioni di italiani e che aspira a tornare alla guida del Paese si faccia guidare nella sua azione solo dagli interessi personali del suo Capo, chiedendo un provvedimento che, rebus sic stantibus,  non è ipotizzabile e, minacciando l’Aventino, la crisi di governo e, addirittura, la guerra civile.
È un ulteriore scivolamento anche rispetto alla stagione delle leggi ad personam e della delibere che sancivano che Ruby era la nipote di Mubarak.
Ora, secondo i talebani dell’ex premier, tutta la politica dovrebbe genuflettersi ai voleri di un uomo che si considera al di sopra della legge e pretende di piegare le Istituzioni alle sue esigenze personali.
Ancora una volta il PDL dimostra di avere una concezione rovesciata dei valori, in cui al primo posto c’è Silvio Berlusconi, al secondo c’è il partito, all’ultimo ci sono gli interessi del popolo italiano.
Tuttavia,  nonostante le minacce, le agitazioni, le incertezze e le difficoltà, non è ancora il caso di indulgere al pessimismo.
L’Esecutivo di larghe intese deve affrontare problemi enormi che riguardano da vicino le famiglie, che vanno dalla disoccupazione al rilancio dello sviluppo, dagli esodati ai crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione, dal Mezzogiorno ad una maggiore equità e sostenibilità della pressione fiscale.
Tutti temi sui quali ha appena cominciato a lavorare ma sui quali gli italiani hanno già avvertito una maggiore concretezza e capacità di intervento rispetto al passato.
Chi interromperà questa esperienza di governo si assumerà una grande responsabilità davanti ai cittadini anche perché brucerà la possibilità che il nostro paese agganci la ripresa europea che dovrebbe cominciare in autunno.
Berlusconi, che non è uomo di stato ma è, certamente, uomo di campagne elettorali, sa bene che una crisi  costerebbe al suo partito un prezzo molto alto in termini di consensi, soprattutto trattandosi di una crisi aperta per un motivo personalissimo,  una condanna con il sigillo della Corte di Cassazione per reati comuni, che non ha nulla a che vedere con la politica e con il popolo italiano.
Quindi, il Cavaliere non aprirà la crisi. La chiamata alle armi di questi giorni serve più che altro a mettere alla prova la fedeltà dei suoi uomini, i quali, consapevoli di essere sotto esame, rispondono con applausi e con lacrime ai suoi appelli. Applausi e lacrime che sono tanto più teatrali, quanto meno sono convinti.
È certo, invece, che la stabilità dell’Esecutivo sarà messa a dura prova, con esternazioni irresponsabili, con minacce farneticanti  (la guerra civile di cui ha parlato uno dei coordinatori del PDL è solo un primo assaggio), con tentativi di trasformare il governo nell’esecutore delle promesse elettorali del partito.
Sarà una continua guerra di posizione alla quale il centrosinistra dovrà rispondere con determinazione, con rigore, ma tenendo i nervi saldi, dicendo con chiarezza e senza tentennamenti tutti i no che sono necessari, ma senza scendere sul terreno delle provocazioni e della rissa.
Bene ha fatto Epifani a sgomberare il campo da ogni equivoco, chiarendo subito che i senatori del PD voteranno per la decadenza, che la riforma della giustizia deve essere fatta nell’interesse degli italiani e non nell’interesse di una sola persona, che le pressioni indebite per la grazia sono un fatto molto grave che esula da corretti rapporti istituzionali.
Ma la fermezza contro i tentativi di prevaricazione di Berlusconi va accompagnata da una assoluta lealtà verso il governo. Governo che deve continuare la sua azione – e lo dice un esponente di un partito, il Centro Democratico, che non ha incarichi nell’Esecutivo – fino a quando sarà in grado di portare avanti le sue iniziative a sostegno del lavoro, della produzione, dei giovani, del Mezzogiorno. E fino a quando non sarà stata approvata una nuova legge elettorale che eviti lo spettacolo indecoroso di un leader che si comporta da padrone e chiama i suoi parlamentari a prove di fedeltà che sono imbarazzanti  non solo per gli interessati, ma per l’intera democrazia italiana.
Il momento è difficile. Occorre senso delle istituzioni per evitare che la situazione precipiti e chiarezza di posizioni perché gli italiani sappiano distinguere responsabilità e cause, qualora dovesse verificarsi una crisi di governo che metterebbe a rischio il futuro del Paese.