ERDOGAN ALLA PROVA DELLA DEMOCRAZIA. SOFFOCARE IL DISSENSO E PERSEGUITARE GLI AVVERSARI NON È LA STRADA GIUSTA

La situazione in Turchia continua ad essere grave. La repressione del Presidente Erdogan, a seguito del tentativo di colpo di Stato, sta infatti creando una situazione difficile, fatta di arresti sommari o di licenziamenti di massa di esponenti dell’opposizione e della parte laica della società, considerati complici del golpe. Lo stato di emergenza inoltre consente la detenzione fino a trenta giorni senza che sia formulata una accusa, fornendo così al governo un potere di intimidazione incredibile. Apparentemente, la posizione di Erdogan, all’interno e all’esterno del Paese, sembrerebbe essersi rafforzata.
Tuttavia molti osservatori hanno molti dubbi in proposito. In particolare, è opinione di molti esperti che la repressione, nel medio e lungo termine, potrebbe indebolirne la posizione. Il colpo di Stato è stato portato avanti da una componente minoritaria delle forze armate, ed è questo uno dei motivi della sua mancata riuscita. Una repressione così dura, però, rischia di spingere in futuro anche i militari che non hanno partecipato al golpe a schierarsi contro il governo. E non è da escludere che comincino a ipotizzare che un golpe è l’unica soluzione anche le componenti più democratiche della società finora contrarie a qualsiasi azione di forza dell’esercito. 
Erdogan dovrebbe, quindi, tornare sui suoi passi ed evitare di esercitare una azione repressiva contro quella parte dell’opinione pubblica turca che attualmente non si riconosce nella guida del suo partito. Riconoscere i diritti dell’opposizione è una delle regole fondamentali che un governo democratico è tenuto a rispettare. 
La contrapposizione con gli Stati Uniti e con gli altri alleati occidentali, inoltre, finirà con il portare all’isolamento internazionale del Paese. Non sembra infatti che il Paese possa sostituire la tradizionale alleanza con la NATO con quella con altre potenze dell’area, in quanto permangono i motivi di contrasto con la Russia e con l’Iran sulla questione siriana, considerato che Ankara continua a sostenere i ribelli anti Assad e Mosca il regime di Damasco.