DOPO IL NO ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE RESTANO I PROBLEMI STRUTTURALI DELL’ITALIA. PLURALISMO, APERTURA AL CONFRONTO E DIALOGO CON LE PARTI SOCIALI PER AVVIARE UNA NUOVA FASE DI SVILUPPO

Il risultato del referendum richiede una analisi approfondita in quanto le implicazioni che comporta sono molteplici e gli effetti sul prosieguo della legislatura e sulla evoluzione del quadro politico sono complessi.
Una prima considerazione è che la stragrande maggioranza dei cittadini ha espresso un voto politico più che un sì o un no alle modifiche alla Carta costituzionale. Voto che, ovviamente, è stato pesantemente condizionato dai gravissimi problemi che affliggono l’Italia, problemi strutturali che rimangono dopo la bocciatura della nuova Costituzione e che sarebbero rimasti anche in caso di approvazione.
La vittoria del no, al di là di altre motivazioni più articolate sulle quali avremo modo di ritornare, chiude in via definitiva una stagione, quella del Partito Democratico a vocazione maggioritaria inaugurata da Walter Veltroni nel 2007.
Una stagione segnata da pesanti sconfitte, prima fra tutte la crisi del secondo governo Prodi, che trova la sua ragione di fondo proprio nel nuovo corso imposto da Veltroni al partito e nel conseguente disimpegno degli alleati dalla esperienza di governo.
Il peccato originale di quella impostazione è stato ritenere sufficiente una dichiarazione di intenti per trasformare in realtà una vocazione maggioritaria che, invece, esisteva solo come slogan per strappare qualche applauso facile e per solleticare l’orgoglio di una assemblea congressuale.
La vera vocazione maggioritaria era quella della Democrazia Cristiana dell’immediato dopoguerra che, nel 1948, sfiorò addirittura il 50 per cento dei voti, conquistando la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati e che nelle elezioni successive si attestò stabilmente intorno al 40 per cento.
Quel partito perseguiva la vocazione maggioritaria, senza inutili e pomposi proclami, ma con una struttura organizzativa che copriva a maglie strette tutto il territorio nazionale e con una rete di associazioni collegate, dalla CISL alla Coldiretti, dalle ACLI alle cooperative bianche,  che garantiva un radicamento nella società a tutto campo.
E, soprattutto, con una linea ad ampio respiro che privilegiava il pluralismo culturale e politico rispetto alla mediocre occupazione del potere. De Gasperi, nel 1948, nonostante la maggioranza assoluta, optò per un governo quadripartito, con liberali, repubblicani e socialdemocratici, perché quei partiti erano rappresentativi di un mondo laico complementare  rispetto alle masse cattoliche, povero di consensi ma ricco di idee. Scelta che garantì alla Democrazia Cristiana oltre quaranta anni di predominio  della scena politica del Paese.
Il Partito Democratico dovrebbe trarre insegnamento da quella esperienza.  La vocazione maggioritaria non si realizza con escamotages di dubbia legittimità costituzionale per trasformare una minoranza popolare in maggioranza parlamentare, ma ritornando alle pratiche migliori del passato. È necessario, sul piano sociale, ristabilire quei collegamenti con i corpi intermedi che negli ultimi anni sono stati negletti e, sul piano politico, promuovere una coalizione di partiti che abbiano ispirazioni ideali comuni e che siano rappresentativi di tutta la gamma di interessi in cui si articola la società italiana, consentendo a tutte le componenti territoriali, sociali, culturali, professionali della comunità nazionale di sentirsi partecipi della gestione della cosa pubblica.
Alla luce di tali considerazioni, l’Italicum è da riformare radicalmente. Considerato che negli ultimi tempi si è consolidato un sistema multipolare, il meccanismo del ballottaggio alla lista, rischia di consegnare il Parlamento e il governo a un partito che raccoglie meno del trenta per cento dei consensi e che, magari, al secondo turno, conquista la maggioranza con una platea elettorale inferiore al 50 per cento.
È vero che la sera delle elezioni sapremmo chi ha vinto. Ma probabilmente sapremmo anche che il partito che ha vinto ha ottenuto un numero di voti che non raggiunge nemmeno un quarto del corpo elettorale.
Quale legittimità possono avere un governo e un Parlamento marchiati da un tale peccato originale? E quanto può ingrossare un meccanismo del genere le fila dell’antipolitica?
Il governo riceve la fiducia dal Parlamento e risponde al Parlamento del proprio operato. Ma la sovranità appartiene al popolo. Creare un meccanismo artificioso, con il quale si può formare una forte maggioranza parlamentare senza un riscontro nel corpo elettorale è molto pericoloso.
La governabilità è importante ma in democrazia non si può prescindere dalla rappresentatività. E la rappresentatività richiede che la maggioranza chiamata a governare sia una maggioranza vera nel Paese e che le minoranze siano, in ogni caso, rappresentate, in misura idonea a garantire la lealtà istituzionale.
In conclusione, la lezione del referendum è chiara. Il popolo non vuole strappi, non vuole forzature, chiede senso di responsabilità e una maggiore attenzione per i problemi veri degli Italiani, la disoccupazione, lo sviluppo economico, gli squilibri territoriali (il voto del Mezzogiorno è un campanello di allarme da tenere in grande considerazione), la emarginazione delle nuove generazioni dal mondo del lavoro e il conseguente, gravissimo declino demografico.
Bisogna ripartire da qui. Essere inclusivi, sopperire ai limiti di rappresentatività dell’attuale Parlamento con una maggiore disponibilità al confronto, moltiplicare le antenne sul territorio e nelle categorie,  aprire un dialogo a tutto campo con le parti sociali seguendo l’esempio della concertazione con la quale Carlo Azeglio Ciampi consentì al Paese di superare un periodo di grandi difficoltà. Solo una classe dirigente, plurale e aperta, che non si rinchiuda nei fortilizi del potere, che superi gli egoismi di partito, di fazione, di classe sociale, di territorio, che sia artefice di un progetto alto, rivolto al lungo periodo,  e sia consapevole del valore del confronto e dell’ascolto delle ragioni degli altri potrà riconquistare la fiducia del popolo e avviare una nuova fase di sviluppo della produzione e dell’occupazione.