DIRE NO ALLA MERKEL NON BASTA. È NECESSARIO DARE VOCE AI PAESI MINORI E RITORNARE AL METODO DEMOCRATICO NEI PROCESSI DECISIONALI DELL’UNIONE EUROPEA

Sede della Commissione UE

Nello scontro con la Merkel e con Hollande, che, in realtà, gioca un ruolo da comprimario, Renzi ha sicuramente ragione. 
Lo abbiamo già scritto su questo giornale. La autoinvestitura della cancelliera a guida dell’Unione non è più accettabile, sia perché la Germania non ha alcun titolo per imporre la sua linea agli altri Stati, sia perché i risultati dimostrano chiaramente che quella linea sta portando al tracollo. 
Prima i dati economici negativi con la sostanziale stagnazione della zona euro mentre gli Stati Uniti uscivano dalla crisi molto velocemente. Poi le inevitabili conseguenze politiche, con la crescita dei partiti populisti nei paesi in difficoltà. Infine l’avanzare della contestazione nella stessa Germania, con l’estrema destra che sottrae consensi alla CDU e mette a repentaglio la tradizionale stabilità della Repubblica federale.
Altri avrebbero già cambiato politica. Ma la Merkel è tetragona nelle sue convinzioni e non ha tra le sue qualità la capacità di autocritica. Quindi, non ha intenzione di riflettere sulla efficacia delle scelte fatte e non prenderà in alcuna considerazione le riserve di alcuni governanti europei a cominciare da Renzi, così come, in passato, ha ignorato le valutazioni critiche dei maggiori leader mondiali compreso Obama e di autorevoli esponenti della politica tedesca del dopoguerra, quali gli ex cancellieri Helmut Kohl, Helmut Schmidt e Gerhard Schroeder e l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer.
Però, se sono condivisibili le tesi di Renzi per un’Unione diversa da quella a guida tedesca, non sono altrettanto convincenti le strade che il nostro premier sta seguendo per portare al successo tali tesi.
Il rapporto privilegiato fra Germania e Francia risale al Trattato dell’Eliseo del 1963 fra Charles De Gaulle e Konrad Adenauer e, pur fra alterne vicende, è stato preservato e rafforzato in oltre cinquanta anni nonostante gli avvicendamenti al vertice dei due Paesi. Ed è un rapporto che si basa proprio sulla esclusione di ogni altro Stato dai meccanismi di consultazioni bilaterali che sono, spesso, alla base delle decisioni adottate dalla UE.
Cercare di trasformare il direttorio a due in un direttorio a tre è un tentativo che non ha alcuna possibilità di esito favorevole. La linea deve essere un’altra. L’Italia deve farsi garante dei principi democratici nella gestione dell’Unione e difendere il ruolo e gli interessi dei paesi medi e piccoli. Gli Stati Uniti sono diventati una grande nazione perché ci sono norme che impediscono agli Stati più forti di prevalere sugli altri. La Camera dei Rappresentanti è eletta su base proporzionale ma il Senato è formato da due senatori per ogni Stato, quale che sia il numero degli abitanti. E il Presidente viene eletto non con i voti popolari ma sulla base dei delegati espressi dagli stati federali.
Questi principi, di tutela per i partner con minore peso economico e demografico, devono valere, a maggior ragione, per l’Unione europea in cui confluiscono paesi che hanno una tradizione e una storia impossibili da cancellare. Quindi, no a qualunque direttorio che, peraltro, è una forzatura non codificata da nessun Trattato o accordo.
In questo senso il vertice di Atene è stato un buon inizio. Aggregare i piccoli per combattere la supremazia franco – tedesca è la strada per avviare un nuovo percorso in nome dei principi di democrazia e di pari dignità fra gli Stati e fra i popoli che erano alla base del manifesto di Ventotene.
Secondo punto. Per sostenere una linea alternativa non è sufficiente battere i pugni sul tavolo. È necessario mandare a Bruxelles i funzionari più capaci, curare e rafforzare le presenze negli uffici della Commissione, lavorare sui dossier, elaborare proposte alternative in linea con gli interessi nazionali, aggregare consensi su tali proposte. Quando si tengono i Consigli europei le delibere arrivano già pronte, le istruttorie sono già chiuse. Le obiezioni vanno sollevate prima, non al momento in cui si incontrano i ministri o i Capi di governo. I no vanno detti già dai funzionari in fase di preparazione delle riunioni e, in mancanza di risposte positive, devono essere portati all’esterno subito, in modo che quando si giunge alla riunione plenaria il contrasto sia già pubblico e siano impossibili compromessi ambigui e scambi sotto banco in riunioni riservate che, inevitabilmente, favoriscono chi ha maggiore potere contrattuale.
La sottovalutazione del ruolo dell’Esecutivo europeo non è un problema che nasce con Renzi.
L’Italia ha sempre trascurato l’importanza di Bruxelles, fin dai tempi in cui Franco Maria Malfatti si dimise da Presidente della Commissione, unico nella storia, per essere rieletto nel Parlamento italiano.
Basta scorrere l’elenco dei Direttori Generali, dei Capi di Gabinetto e degli alti funzionari della Commissione per capire che la situazione non è cambiata.
Il Presidente del Consiglio, ovviamente, non ha la bacchetta magica. Ma anche in questo campo è necessaria una svolta se si vuole valorizzare il peso dell’Italia e ridimensionare il predominio di Berlino che, peraltro, negli ultimi anni, è diventato un fattore di crisi per la costruzione comunitaria.