DE BENEDETTI APRE IL PROCESSO ALLA GLOBALIZZAZIONE. MA LE CONSEGUENZE SONO STATE MOLTO PIÙ GRAVI DI QUANTO DENUNCIATO DALL’EDITORE DI REPUBBLICA

Carlo De Benedetti

L’intervista di Carlo De Benedetti al Corriere della Sera del 9 luglio scorso è stata ignorata da economisti e commentatori ma riveste grande significato, in quanto è la prima valutazione critica di un autorevole esponente del capitalismo italiano in ordine agli effetti della globalizzazione.
Ovviamente, una valutazione coerente con il personaggio e, quindi, da prendere solo come spunto preliminare per una più approfondita riflessione.
De Benedetti parte dai benefici della globalizzazione che, a suo dire, “avrebbero consentito di abbattere l’inflazione e di rivoluzionare con la tecnologia anche la vita quotidiana”.
Ammette, però, che “sono drammaticamente aumentate le differenze fra chi ha e chi non ha”. E aggiunge un dato statistico dirompente anche se riferito agli Stati Uniti e non all’Italia: “nel 2002 lo 0,01 per cento degli americani più ricchi guadagnavano 700 mila dollari a testa; oggi guadagnano 21 milioni”.
È un modo obliquo di cominciare ad ammettere  la verità su quella apertura indiscriminata dei mercati  che è una delle cause principali delle crisi che hanno colpito le economie industrializzate negli anni più recenti.
La globalizzazione ha portato tre risultati: ha spostato quote rilevanti di produzione e di occupazione dai paesi industrialmente avanzati a quelli in via di sviluppo; ha modificato i rapporti di forza fra capitale e lavoro indebolendo pesantemente la posizione dei lavoratori; ha indotto la formazione di una ingente massa di ricchezze finanziarie sganciate da qualsiasi collegamento con il processo produttivo, che vagano da un investimento all’altro e da una valuta all’altra provocando uno stato di permanente instabilità sui mercati finanziari.
Più in dettaglio, l’apertura, senza nessuna regolamentazione, dei mercati ha provocato una delocalizzazione su larga scala di ampi settori di attività industriali che ha portato lavoro a basso costo nei paesi in via di sviluppo, disoccupazione e peggioramento delle condizioni dei lavoratori nei paesi industrializzati, extra profitti per i capitalisti più spregiudicati, molto al di là di quanto sarebbe stato possibile nel rispetto delle leggi della economia di mercato.
Non è in discussione, ovviamente, la globalizzazione,  che, se intesa in modo corretto, è una naturale evoluzione del progressivo ampliamento del commercio internazionale, ma il prepotente affermarsi di un dumping sociale su scala mondiale, che è stato elevato a nuovo modello di sviluppo, con concentrazione della produzione nei paesi più arretrati in materia di sicurezza, di diritti dei lavoratori e di tutela ambientale.
Un modello di sviluppo che ha portato a lunghi periodi di recessione, alternati a fasi di bassa crescita e all’affermarsi di uno stato di disoccupazione strutturale nei paesi industrialmente più avanzati. A cui corrisponde, nei paesi emergenti, un aumento della occupazione, ma di una occupazione caratterizzata da salari di mera sopravvivenza e da violazioni endemiche delle condizioni minime previste dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dagli Accordi per la protezione dell’ambiente.
Ovviamente, produrre a costi e salari da terzo mondo e vendere a prezzi da aree economicamente avanzate ha portato a una gigantesca redistribuzione a vantaggio del capitale. Sono stati realizzati profitti abnormi che non sono stati reinvestiti nel processo produttivo ma si sono tradotti in un incremento smisurato di risorse a disposizione della speculazione finanziaria. I bassi salari nei paesi emergenti e i salari in calo, uniti alla forte disoccupazione nei paesi industriali, lasciano prevedere, peraltro, un trend negativo per i consumi. Ragion per cui, anche nel medio periodo, non è prevedibile che quei capitali finanziari vengano reinvestiti in attività industriali e, quindi, in un rilancio della produzione e della occupazione.
I problemi di cui parla De Benedetti, quindi, sono gravi, non solo sul piano sociale ma anche, e forse soprattutto, sul piano dello sviluppo in quanto, in mancanza di correttivi, portano a uno squilibrio strutturale caratterizzato da forte disoccupazione, bassa crescita e instabilità permanente dei mercati finanziari.
Purtroppo, all’epoca, nessuno, né a livello istituzionale, né fra i partiti, né in ambito accademico, ebbe il coraggio di manifestare perplessità su scelte che stavano per cambiare il corso dell’economia e della politica. Nessuno comprese le implicazioni di quella svolta.
L’unica voce dissonante fu quella della Chiesa. Solo Giovanni Paolo II nell’Enciclica Centesimus annus pose il problema del valore sociale della attività economica e dello sviluppo.
Ma era tale la sintonia generale che l’intervento del Vaticano non ebbe alcuna eco né sui media, né nella pubblica opinione. 
Ora Carlo De Benedetti riapre il discorso, anzi lo apre per la prima volta, ponendo il problema degli effetti negativi che la squilibrata ripartizione del valore aggiunto fra capitale e lavoro comporta per lo sviluppo dell’economia. E pone, anche, il problema del capitali finanziari vaganti, in cerca di una collocazione che produca reddito.
“Oggi, evidenzia ancora De Benedetti, ci sono undici trilioni di dollari di titoli di stato con rendimenti negativi”.
Non bisogna essere dei super tecnici per capire che si tratta di una situazione ad alto rischio che comporta fibrillazioni finanziarie continue, con pericoli di nuovi violenti scossoni difficilmente controllabili che potrebbero avere ulteriori, pesanti ricadute sulla economia reale.
De Benedetti non indica soluzioni che, d’altronde, sono estremamente difficili, in quanto tornare indietro sulla apertura dei mercati è sostanzialmente impossibile, ma ha avuto il merito di aprire un dibattito su un tema considerato, da sempre, un tabù. Sarebbe irresponsabile non cogliere l’occasione per approfondire la materia con analisi, proposte e suggerimenti, onde evitare che la coraggiosa provocazione dell’editore di Repubblica cada nel vuoto.