DALLA VITTORIA DI TSIPRAS UN NUOVO CORSO DI POLITICA ECONOMICA PER L’UNIONE EUROPEA

Alexis Tsipras
La vittoria di Syriza in Grecia, contrariamente a quanto scrivono la maggior parte dei commentatori non è affatto una cattiva notizia.
La netta vittoria di un partito che punta su una linea di politica economica espansiva potrebbe, anzi -una volta superate le prevedibili tensioni finanziarie e le manovre speculative tipiche di queste situazioni – avere effetti positivi sugli equilibri complessivi dell’Unione europea.
Alexis Tsipras, peraltro, non è uno sprovveduto e, tanto meno, un rozzo agitatore anti moneta unica.
Il nuovo premier ellenico ha già precisato che non ha alcuna intenzione di portare la Grecia fuori dall’Euro.
Vuole, invece, sostenere una svolta in chiave antirigore che potrebbe essere utile non solo alla Grecia ma a tutti i paesi dell’Unione. Una posizione sulla quale potrebbe trovare molti più alleati di quanti si possa immaginare.
La tesi di Tsipras, che gli accordi conclusi in questi anni devono essere rinegoziati, non può essere contrastata solo richiamando il principio “pacta sunt servanda”. Le relazioni internazionali sono piene di accordi che vengono rinegoziati. E la Germania costituisce un precedente illustre. Se la comunità internazionale avesse detto no alle rinegoziazioni i tedeschi non darebbero lezioni all’Europa in quanto sarebbero impegnati ancora a pagare i debiti del secondo conflitto mondiale, o magari, non avrebbero ancora finito di pagare quelli della guerra 1914 – 1918. 
Quindi, l’unico modo serio di rispondere alla richiesta di rinegoziazione che Tsipras sicuramente avanzerà è entrare nel merito e dimostrare che gli accordi sono stati stipulati nell’interesse della Grecia e degli altri paesi dell’Unione europea.
Peraltro, al di là della discussione sul debito greco in merito al quale è legittimo che le parti  difendano interessi contrastanti, il vero punto di scontro è sull’indirizzo di politica economica complessiva della UE, che dovrà essere finalizzata all’obiettivo primario di invertire la tendenza sul mercato del lavoro e di tendere alla piena occupazione, un obiettivo dal quale, al momento, sono lontani tutti gli stati dell’Unione, anche se la situazione è molto più grave nei paesi dell’area mediterranea.
D’altronde, la politica del rigore patrocinata da Berlino, applicata a una situazione caratterizzata da deflazione e recessione, è in contrasto con i principi della teoria economica e con le linee seguite e sostenute dai paesi industriali più avanzati a cominciare dagli Stati Uniti.
Se le prospettive dell’Unione sono oggi più favorevoli lo si deve al Presidente della BCE Mario Draghi che è riuscito ad imporre un indirizzo espansivo volto a contrastare recessione e deflazione con il Quantitative easing, superando le resistenze del Governatore della Bundesbank, Weidmann.
Manovra che ha prodotto i primi effetti con il solo annuncio e porterà a consistenti aumenti del PIL in tutti gli Stati della zona euro quando diventerà operativa.
Ma la BCE non può, da sola, rovesciare la linea recessiva. È necessario che tutta la politica economica della UE sia riorientata in funzione della crescita economica e del rilancio dell’occupazione.
Ne trarrà beneficio non solo la Grecia ma tutta l’Unione europea, Germania compresa. E la trattativa con Tsipras sarà molto più facile.
Così come, se tale linea fosse prevalsa al sorgere della crisi, le difficoltà di Atene sarebbero state meno pesanti e il costo per le altre nazioni della UE sarebbe stato molto più contenuto.
Il vero problema non è il debito greco, così come non è l’euro. Ė una linea di politica economica ottusa, gestita con il paraocchi, da un manipolo di burocrati e di politici avulsi dalla realtà che continuano a vedere i pericoli dell’inflazione in un momento in cui i mali dell’economia sono il crollo dei consumi e la deflazione.
A meno che non ci siano altre motivazioni e altri interessi alla base delle scelte di questi anni. 
Ma, pur senza spingersi a ipotizzare retroscena e finalità poco commendevoli, è un fatto che, mentre  la Grecia era ridotta alla disperazione, speculatori e avventurieri si arricchivano, sfruttando a proprio vantaggio, decisioni di politica economica incomprensibili e irragionevoli.
Il futuro dell’Unione e dell’euro sarà tanto più solido quanto più, di fronte a risultati fallimentari come quelli degli anni più recenti, i responsabili saranno chiamati a rispondere, di fronte ai popoli europei e ai loro rappresentanti, delle decisioni adottate e dei danni che dalle stesse sono derivati alle economie dei paesi membri.