CRISI DI BORSA. SERVONO NUOVE NORME E RIGORE CONTRO IL FAR WEST DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA

Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

Che la Borsa, e in particolare la Borsa italiana, sia una specie di suk, in cui può succedere di tutto è cosa ben nota. 
Però, le dinamiche della  scorsa settimana sono degne di qualche riflessione ad hoc. Mercoledì 20 Piazza Affari ha ceduto il 4,8 per cento. Giovedì ha recuperato il 4,2 per cento a cui si è aggiunto un altro 1,63 per cento nella seduta di venerdì. Il Monte dei Paschi mercoledì ha perduto il 22,2 per cento, giovedì ha guadagnato il 43 per cento a cui si è aggiunto venerdì un altro 2,74 per cento.
Cosa è cambiato fra mercoledì e giovedì? Assolutamente nulla. Non c’è stato alcun fatto nuovo che giustifichi una inversione di trend così repentina che è anomala anche in un mercato borsistico che ci ha abituato alle montagne russe.
Ma la cosa che lascia maggiormente perplessi, per usare un eufemismo, sono le cause che, secondo i rumors, sarebbero all’origine del crollo.
I commentatori hanno parlato di tre fattori: il rallentamento dell’economia cinese, la discesa del prezzo del petrolio e un questionario inviato dalla Banca Centrale Europea alle banche per monitorare la situazione delle sofferenze.
Nessuna delle tre sembra una causa idonea a spiegare l’accaduto.
Il rallentamento del trend di crescita della Cina è, ormai, un fatto acquisito, che le Borse hanno già abbondantemente scontato. Peraltro, a livello strutturale, potrebbe non essere un elemento negativo in quanto permette un riequilibrio degli scambi internazionali. Negli ultimi venti anni l’espansione abnorme della economia cinese, drogata dai bassi salari e dalle condizioni lavorative e ambientali di stampo medioevale, ha sottratto ai paesi industrialmente avanzati quote rilevanti di PIL e di occupazione. La flessione del tasso di crescita di questi anni costringerà Xi Jinping a ripensare il modello di sviluppo, orientandolo sui consumi interni più che sulle esportazioni. Sarà un vantaggio per tutti. Per i lavoratori cinesi che potranno beneficiare in misura più consistente dei vantaggi della crescita, di cui finora hanno avuto solo le briciole, e per gli altri Stati industriali per i quali finirà, o almeno sarà meno devastante il dumping  sociale orchestrato da Pechino.
Per quanto riguarda il petrolio, le leggi dell’economia, e anche il buon senso, dicono che la riduzione del  prezzo  porta vantaggi ai paesi consumatori e, in particolare all’Italia. Certo, possono esserci ripercussioni negative per le società petrolifere. Ma gli effetti benefici per la bilancia dei pagamenti, per le aziende di tutti gli altri settori produttivi, per i consumatori e per la domanda interna sono enormi. Giustificare un crollo di Borsa con la riduzione del prezzo del petrolio è ridicolo. O almeno, sarebbe ridicolo se la Borsa rispecchiasse i valori dell’economia reale. Purtroppo, non è così. I corsi di borsa sono condizionati da manovre speculative molto più che dai conti delle aziende.
Ha scritto Romano Prodi “Non penso che possiamo rassegnarci a vivere in un mondo in cui la speculazione finanziaria diventi progressivamente padrona di tutto e possa distruggere in pochi giorni quello che si è costruito in anni di fatica”.
In una sola frase Prodi ha sintetizzato un programma di governo per l’Italia e per l’Europa, la lotta al “Far West finanziario” che mette a rischio le economie dei Paesi avanzati. Una grande alleanza dei ceti produttivi, che veda lavoratori e imprese uniti contro la speculazione finanziaria restituirebbe una speranza ai lavoratori e alle imprese del nostro Paese e dell’Unione europea.
Anche perché l’avventurismo degli speculatori non conosce né misura, né limiti. 
Il ministro Padoan ha individuato nel questionario UE la causa primaria del crollo di borsa e ha contestato alla BCE un errore di comunicazione al riguardo. 
Noi crediamo che la Banca Centrale Europea non ha commesso alcun errore. Probabilmente, invece, c’è stato qualcuno che, in modo spregiudicato, ha strumentalizzato una non notizia spargendo il panico deliberatamente sui mercati per trarne profitto.  
E qui crediamo ci sia bisogno di una svolta. La normativa vigente punisce l’aggiotaggio, l’insider trading, la diffusione di voci o notizie false o fuorvianti. Però, l’accertamento di questi reati è così complesso e le procedure tanto farraginose che, salvo casi eccezionali, le autorità di vigilanza non presentano denunce, non vengono avviati procedimenti né penali, né amministrativi e, ancora meno, ci sono condanne.
È ora di cambiare.  
Se gli organi di vigilanza non hanno strutture o poteri adeguati bisogna provvedere con urgenza. 
Non è consentito stare a guardare mentre la speculazione si arricchisce distruggendo, come dice Prodi, quello che si è costruito in anni di fatica.
L’Esecutivo ha avviato una campagna lodevole contro gli assenteisti della pubblica amministrazione. Ma governare richiede equilibrio e capacità di intervenire in modo tempestivo e efficace sui problemi più scottanti del Paese.
Va bene licenziare chi vidima il badge per conto di un collega assente.  Ma, se si tengono presenti le priorità e l’entità dei danni, almeno altrettanto rigore andrebbe usato contro chi diffonde o utilizza notizie infondate causando perdite per miliardi di euro all’economia nazionale.
Non porta a nulla attribuire responsabilità alla Banca Centrale Europea che si è limitata a inviare un questionario di routine alle banche vigilate e, certamente, non lo ha diffuso, né, tanto meno, ne ha distorto il significato.
Bisogna indagare e colpire chi ha speculato, applicando con severità la normativa vigente e approvando, in tempi rapidi, sanzioni più efficaci e procedure più snelle atte ad accrescere l’effetto deterrente delle pene che, oggi – considerati i guadagni, enormi, e i rischi di condanna, pressoché inesistenti – è sostanzialmente pari a zero.