CONTRO LA MAFIA NECESSARIE EDUCAZIONE CIVILE E MOBILITAZIONE SOCIALE

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L’OPINIONE  di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

L’elezione di Rosy Bindi alla presidenza della commissione Antimafia di questa legislatura, pur con più di sei mesi di tempo perduto e con la diserzione finale del partito berlusconiano (come facciamo a credere, in queste condizioni, che il ventennio populista sia finito di fronte a un governo quasi del tutto immobilizzato dai contrasti interni e con la minaccia costante della sfiducia proclamata di continuo ai quattro venti  dal Cavaliere?) è una buona notizia  per chi studia la mafia e combatte contro di essa. Ma perché le cose vadano avanti e la commissione non sia una sorta di agenzia inutile e decorativa, è fondamentale che si fissi al più presto un’agenda di lavoro e si affrontino i molti, troppi problemi lasciati aperti dalla commissione della precedente legislatura.
Non da oggi ma con particolare chiarezza nel mio ultimo libro La mafia come metodo uscito l’anno scorso ho insistito con particolare insistenza su un aspetto che le nostre classi dirigenti non hanno sempre preso in adeguata considerazione: le associazioni mafiose oggi in azione come Cosa Nostra siciliana, la ‘Ndrangheta calabrese, la Camorra campana e la pugliese Sacra Corona Unita non possono essere battute se le si tratta come semplici organizzazioni delinquenziali e parassitarie.

Occorre ricordarsi che sono associazioni capaci di dialogare e fare affari con la classe politica, con quella economica e con molti altri interlocutori dell’intera società.
Altrimenti non si spiegherebbero  né la loro longevità plurisecolare, né la loro persistenza, a dispetto di una repressione di polizia e magistratura che ha avuto tanti martiri, a cominciare da Falcone e Borsellino e a continuare con il colonnello Basile e i commissari Montana e Cassarà per fermarsi ai nomi più noti.
Vero è che proprio il loro modo di essere particolare a cui si è accennato – la loro capacità di penetrare in tutte le istituzioni politiche, amministrative ed economiche, in Italia come in Germania (qualcuno ricorderà, io credo,  la tragedia di Duisburg del 2007) – rende non inutile, ma di sicuro insufficiente, la  repressione e richiederebbe  invece  essenziale un’educazione civile (che soltanto il ministro Luigi Berlinguer nel 2000 ebbe l’idea di istituire, per l’anno in cui il governo di centro-sinistra ancora governò, nelle scuole secondarie) e una mobilitazione della società che è stata sempre assente per spingere i giovani a rispettare leggi e costituzione e a non legarsi ai mafiosi.
Se la nuova commissione Antimafia non intraprenderà una lotta che preveda un’indagine approfondita non soltanto delle ripetute trattative tra mafia e stato ma anche dei troppi misteri ancora esistenti e non convincerà la maggioranza parlamentare a partecipare alla lotta, difficilmente riusciremo ad aver ragione di un pericolo che oggi è presente nel Nord ricco come nel centro dei poteri istituzionali come ancora in tutto il Mezzogiorno e nelle isole. Se questo avvenisse, un’occasione preziosa come quella di aver superato i precedenti  ostacoli ed eletto una persona, magari non esperta ma di ottime qualità politiche e umane, come Rosy Bindi potrebbe andare perduta e la sfiducia oggi senza dubbio ai massimi livelli non farebbe che rendere più ardua quella ricostruzione del paese di cui in tanti sentiamo da anni la assoluta urgenza e necessità.