CONTRO LA CRISI SERVE UN RIFORMISMO AL SERVIZIO DELLA CRESCITA E DELL’OCCUPAZIONE

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

Il 14 febbraio 1984 il governo presieduto dal segretario del Psi, Bettino Craxi, varò un decreto che portò al taglio di quattro punti di contingenza. L’obiettivo era quello di riportare sotto controllo un’inflazione che in Italia aveva raggiunto livelli quasi sudamericani, sfondando, qualche anno prima, addirittura la soglia psicologica (ma anche economica) del venti per cento. Quel decreto scatenò una vera e propria guerra a sinistra. Da un lato i socialisti al governo, dall’altro i comunisti all’opposizione. In mezzo, il sindacato, la Uil, la Cisl ma, soprattutto, la Cgil che più degli altri si ritrovava nell’occhio del ciclone per la posizione inflessibile assunta dal segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer.  Al di là delle polemiche, quel decreto fu invece lo strumento attuativo di un accordo sindacale a cui una parte (l’ala comunista della Cgil) non aderì. Ma è incontestabile che il provvedimento sia stato il prodotto di un negoziato lungo, complesso, difficile, che ha determinato una divisione con indubbie conseguenze sull’evoluzione dei rapporti tra le Confederazioni. Tutta l’impalcatura unitaria che era nata con le lotte dell’Autunno Caldo (dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici alla Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil) venne giù come un castello di carta, investita dallo tsunami degli interessi di parte, soprattutto politici. Sembrava una rottura irrimediabile. Invece, non fu un addio perché le Confederazioni, dopo aver organizzato un paio di feste del lavoro separatamente, ritrovarono le ragioni (o almeno una parte) dell’unità d’azione nelle cose da fare, negli interessi da difendere, nelle battaglie da combattere (ad esempio, quella per un fisco giusto).

Tutto ciò avveniva ieri. Oggi l’accumulazione, quella “produttivista” si è bloccata venendo sostituita dall’accumulazione finanziaria che ha prodotto effetti perversi a livello di occupazione e distribuzione della ricchezza per completare, poi, l’opera deflagrando nella crisi più grave che gli uomini di questo secolo e, probabilmente, anche del secolo scorso, abbiano mai conosciuto. Impegnati a discutere su quattro punti di contingenza, i partiti italiani non riuscirono a cogliere la trasformazione in atto, una trasformazione che, come dice Luciano Gallino (e come conferma Joseph Stiglitz), ha determinato inaridimento dei diritti e compressione dei salari utilizzando due semplicissime leve: globalizzazione e delocalizzazione. In quel lontano 1984 si parlava di difesa del salario reale attraverso la lotta all’inflazione. Adesso, invece, bisognerebbe parlare di recupero del potere d’acquisto. Perché, di fatto, i salari sono fermi più o meno da venti anni e le lancette del potere d’acquisto per i lavoratori dipendenti nel nostro Paese sono tornate indietro di un quarto di secolo. Dall’Unione Europea ci dicono che la ripresa qui da noi è debole perché si appoggia su una domanda interna a dir poco rachitica. Negli anni in cui i salari non crescevano, con il credito alla famiglie (generosamente dispensato dalle banche) si “curava” in qualche maniera il nanismo. Ma era un palliativo, non una terapia, era l’aspirina non l’ormone della crescita. Ora che il vaso di Pandora si è rotto, il problema è davanti a tutti: con questi salari, la domanda interna boccheggia. E non può fare altro. Il fatto è che tutto quello che sta accadendo non era imprevedibile. Fra il 1976 (cioè un anno dopo il famoso accordo sul punto unico) e il 2006 (cioè l’ultimo anno prima della bolla immobiliare esplosa nel 2007 e deflagrata in tutta la sua potenza nel 2008) nei paesi Ocse la quota di Pil destinata ai salari è crollata dal 67 al 57 per cento. In Italia è crollata un po’ di più: dal 68 al 53 per cento. In questa non invidiabile classifica siamo agli ultimi posti, in compagnia di Giappone e Irlanda. A livello di lavoratori poveri non siamo sulle grandezze della Germania (20 per cento del totale degli occupati) ma siamo sempre attestati su un poco sostenibile 17 per cento. Abbiamo ormai circa quattro milioni di lavoratori precari che in media guadagnano il venti, trenta per cento in meno dei colleghi a tempo indeterminato che pure non nuotano nell’oro. Abbiamo quasi tre milioni e mezzo di disoccupati e se a questo esercito aggiungiamo i connazionali che hanno rinunciato a cercare lavoro arriviamo a sei milioni di persone costrette a girarsi i pollici. Le stime della Organizzazione Internazionale del Lavoro dicono che nei prossimi dieci anni se non vogliamo che il mondo esploda sulla bomba sociale della disoccupazione, bisognerà creare qualcosa come un miliardo e duecento milioni di posti: dove crearli e come crearli è un rebus di complicatissima soluzione. Trent’anni fa il mondo (il nostro piccolo mondo) sembrava ruotare intorno a quattro punti di contingenza, ai decimali che la Confindustria non voleva pagare, al recupero del “taglio” che i comunisti (anche quelli della Cgil) reclamavano a gran voce. Adesso, la questione è decisamente più ampia. Da un lato una disuguaglianza che non rappresenta soltanto una offesa alla dignità umana ma che finisce per essere un morbo che può uccidere la società occidentale nella forma e nella dimensione in cui l’abbiamo conosciuta negli ultimi cinquanta, sessant’anni; dall’altro una disoccupazione che chiede soluzioni ma finisce per scontrarsi con una società che non crea posti di lavoro ma distrugge lavori. La sfida oggi è più alta e rischiosa. Anche affascinante. Ma occorre uno sforzo di creatività notevole e una proposta politica che rifuggendo dalla retorica riesca a offrire una “visione di Futuro”, l’immagine di un mondo se non nuovo, almeno rinnovato. L’inflazione era il Problema; in trent’anni la realtà si è capovolta: oggi la deflazione è uno dei problemi. Il sindacato italiano da quella storia uscì cambiato nei suoi connotati. Diviso e anche impaurito. Poteva essere l’occasione per costruire le regole di una vera, consapevole duratura concertazione; al contrario abbiamo assistito alla regressione di governi che l’hanno rifiutata alla radice per produrre, a livello economico, risultati disastrosi; abbiamo partiti, anche di recente conio, che pensano che dei sindacati in una società moderna si possa tranquillamente fare a meno, evocando da un lato forme (false) di democrazia diretta attraverso il web e dall’altro sistemi partecipativi sul modello tedesco che delle organizzazioni dei lavoratori proprio non possono fare a meno. Eppure, in una fase drammatica (una delle tante, si potrebbe dire) che questo Paese ha attraversato, Carlo Azeglio Ciampi, da capo del Governo, ci ha spiegato che se ci sono delle regole, la concertazione come strumento di condivisione delle responsabilità e di ampliamento del consenso (non come consociativismo che si esalta e si è esaltato spesso in Italia nello scambio sottobanco), può essere lo strumento più efficace per raggiungere il traguardo. Per quanto i sindacati abbiano giocato in difesa, qualcosa di buono, però, da quella vicenda è venuto fuori: un aggiornamento delle strategie determinato dalla consapevolezza che il mondo del lavoro era cambiato, che non ci si poteva più attardare nell’esaltazione di un operaio-massa che non c’era più, che la classe aveva recinti più ampi perché se per classe, come dicono i sociologi, si intende una comunità di destino, ora il destino è comune a gran parte dei salariati e nella società i bisogni di un professore delle medie superiori non sono diversi da quelli di un operaio siderurgico titolare di una busta-paga più o meno analoga. L’elencazione delle richieste è semplice, molto più complessa la loro soddisfazione: una società capace di redistribuire più equamente il benessere, un fisco capace di chiedere a tutti il dovuto per evitare che i costi del vivere insieme si scarichino sui soliti noti (producendo effetti letali proprio su quella distribuzione della ricchezza e dei benefici sottraendo “alimento” finanziario ai servizi collettivi, sanità, istruzione, scuola, eccetera), una sicurezza sanitaria e sociale diffusa, un accesso alla conoscenza garantito e capace di valorizzare le qualità e i meriti. Come si raggiunge il vasto arcipelago dei “non garantiti”? Come si offre l’indicazione di un destino comune a quel fiume impetuoso che si disperde nella società in mille rivoli fatto di precari, titolari di tipologie contrattuali atipiche, di regolamentazioni flessibili? Come si protegge questa sconfinata umanità giovanile che rischia di essere stritolata dalle regole spietate e funeste di un liberismo trasformato nell’unica ideologia sovranazionale sopravvissuta al crollo di tutte le ideologie? La scala mobile oggi non è più un totem, non è più nemmeno un trofeo. È solo il momento di una storia che coinvolge la sinistra e il sindacato, che ha diviso, distribuito torti e ragioni, creato inimicizie o costruito nuove amicizie. Ma il fatto che gran parte dei temi economici di quella vertenza sia ancora di estrema attualità (fatta eccezione per l’inflazione), è la conferma che l’Italia, pur attraversata da mille tempeste, è rimasta immobile. Anzi, si è mossa ma con il passo del gambero, all’indietro. Oggi l’inflazione non è più un problema ma c’è un’altra percentuale che inquieta il Paese e rispetto alla quale le ricette sono state solo quelle fasulle di una precarietà spinta oltre il limite del tollerabile attraverso la proliferazione di forme contrattuali. Bisogna, insomma, ripensare la flessibilità per disboscare la giungla contrattuale e fornire certezze a quella che si candida a essere la “generazione perduta”; bisogna rivedere il welfare perché da un lato non è accettabile che si spendano tanti soldi per non fare lavorare la gente (meglio investirli per creare opportunità di impiego) e dall’altro è intollerabile che chi più degli altri è esposto al rischio di temporanei periodi di disoccupazione (e i precari lo sono) non possa al momento contare su sostegni economici che attenuino il disagio. Se il liberismo sfrenato ha portato il suo attacco al cuore dello Stato sociale, il riformismo deve puntare a rilanciare lo stato sociale rivendendone l’articolazione, adeguandolo a un mondo produttivo che non è più quello di mezzo secolo fa fondato sull’industria, ripulendolo dalle incrostazioni burocratiche, rendendolo più semplice e accessibile (per chi è in difficoltà), creando le condizioni per l’eliminazione degli sprechi. La questione è, allora, un’altra: come affrontare il problema di una crescita che spinga effettivamente l’occupazione in un Paese in cui i senza lavoro hanno sfondato la soglia del 12 per cento, in una fase in cui le ristrutturazioni e la modernizzazione dei processi produttivi stanno determinando non solo la perdita di posti ma la perdita di lavori. A San Valentino il sindacato si divise anche se poi riuscì a ritrovarsi; oggi il sindacato deve porsi l’obiettivo di riunificare il Paese che non è più diviso solo tra ricchi e meno ricchi, tra Nord e Sud, ma tra chi ha una prospettiva di vita e chi non ce l’ha, tra chi spera e chi si dispera, tra chi ha lavoro e chi ha perso il lavoro con la prospettiva di non trovarne un altro, tra chi cerca e chi non cerca più perché tanto è inutile e trova altre strade che soprattutto al Sud spesso coincidono con quelle delle organizzazioni criminali. Non esistono Uomini della Provvidenza né bacchette magiche. Le risposte ai problemi obbligano a un livello più elevato di elaborazione e di organizzazione politica. Anche perché il modello di società che sta aumentando le disuguaglianze e stritolando i più deboli risponde a un semplice principio: redistribuire la ricchezza dal basso verso l’alto, dai meno abbienti ai più ricchi. Non è solo una questione di redistribuzione del reddito (dall’alto verso il basso), è una questione più ampia: la ricostruzione delle ragioni che consentono di stare assieme, che non riguardano gli aspetti geografici (scellerata predicazione di partiti che hanno cercato per anni i consensi nella pancia di una parte del Paese, mai nella mente), ma quella che uno storico come Giovanni De Luna ha chiamato “religione civile”, cioè l’insieme dei principi e dei valori che consentono a una società, a uno stato di non essere, come pure Klemens von Metternich diceva dell’Italia, una semplice espressione territoriale, ma una robusta manifestazione istituzionale e culturale.