CONSULTAZIONI CONTESTATE. TORNARE A EINAUDI, NO AI SEGRETARI DI PARTITO

Presidente Napolitano
Il rifiuto della Lega di andare al Quirinale rappresenta un grave strappo al rito delle consultazioni che fin dal dopoguerra rappresentano uno dei passaggi fondamentali della procedura delle crisi di governo.
Procedura di rilevanza costituzionale che, insieme ad altre,  in questi settanta anni ha contribuito a strutturare e a consolidare le nostre istituzioni democratiche.
Uno strappo che si aggiunge a quello del Movimento 5 Stelle che, anche esso, ha rinunciato a partecipare agli incontri con il Capo dello Stato e all’imbarazzo derivante dalla decisione di Silvio Berlusconi che, invece, è stato regolarmente al Colle a capo della delegazione di Forza Italia.
Sono anomalie gravi perché disorientano la pubblica opinione e perché sono segnali di una deriva lassista che investe anche i più alti livelli delle istituzioni. 
Deriva che, certamente, trae origine dall’ingresso in Parlamento di forze politiche che hanno l’unico obiettivo di distruggere, anche perché non saprebbero cosa proporre per innovare e ricostruire. Ma che è favorita anche da involuzioni delle prassi costituzionali e, nel caso specifico, della prassi relativa alle consultazioni che è stata modificata negli anni ’60 senza meditare troppo sulle implicazioni delle modifiche apportate.
Nei primi decenni della Repubblica, infatti, le consultazioni coinvolgevano non i partiti ma i Gruppi parlamentari. Salivano, in conseguenza, al Quirinale per gli incontri con il Capo dello Stato solo i Presidenti dei Gruppi di Camera e Senato.
Il primo Presidente a innovare questa prassi fu Giuseppe Saragat che consentì che facessero parte delle delegazioni anche i segretari dei partiti. I quali, in un primo momento, ebbero un ruolo di accompagnatori dei Presidenti dei Gruppi, ma, poi, ovviamente, divennero i veri e propri capi delle delegazioni.
Chi introdusse questa novità non considerò che i partiti erano e sono tuttora associazioni non riconosciute, con regole di funzionamento decise autocraticamente, regole che, spesso, non garantiscono né la democraticità dei processi decisionali, né il rispetto dei diritti dei cittadini iscritti, in aperta violazione delle disposizioni costituzionali. E che, comunque, gli iscritti anche nell’epoca dei partiti di massa erano una piccola percentuale rispetto agli elettori.
E non considerò che, in tal modo, sanciva, in modo ufficiale il primato dei partiti sui gruppi parlamentari, un passaggio che è stato determinante nel declino delle prima repubblica.
La inadeguatezza dei partiti al ruolo che ad essi attribuisce la nostra legge fondamentale e le prassi antidemocratiche che essi seguono, molto spesso, in aperta violazione dell’art. 49 della Costituzione,  sono tra le cause principali della disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e del distacco, ormai patologico, fra paese legale e paese reale.
Con la seconda repubblica, poi, il degrado è diventato incontenibile con  la nascita dei partiti personali, in cui i simboli sono, spesso, proprietà personale del fondatore o dei fondatori, in cui non ci sono luoghi di discussione e, tanto meno, di decisione, in cui le riunioni si fanno al domicilio del leader e la volontà degli eletti è completamente annullata. Degrado accentuato, ovviamente, dal passaggio al Parlamento dei nominati.
Limitando l’analisi alle consultazioni, appare evidente che se fosse stata in vigore la prassi originaria non ci sarebbe stata né la richiesta della Lega di infarcire la delegazione di figure anomale trasformando le consultazioni in una occasione di propaganda politica, né, probabilmente, il rifiuto dei 5 Stelle, in quanto avrebbero deciso in autonomia i parlamentari, al riparo dai condizionamenti di Grillo e Casaleggio.
E non ci sarebbe stato l’imbarazzo che deriva dalla partecipazione di Silvio Berlusconi che,  condannato con sentenza passata in giudicato, viene “consultato” dal Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Un imbarazzo che potrebbe essere molto più accentuato in futuro, quando, inevitabilmente, il problema si ripresenterà in momenti in cui sarà definitiva la sentenza sulle pene accessorie e sarà in esecuzione la condanna ai domiciliari o ai servizi sociali. 
Perché, allora, non tornare al passato e non lanciare un segnale che ristabilisca la preminenza dei parlamentari sui partiti, in sintonia con la sentenza della Corte Costituzionale che ha detto no al Parlamento dei nominati?
Il Presidente Napolitano, con la autorevolezza che gli deriva non solo dalla carica, ma anche dai meriti acquisiti per i nodi che ha saputo sciogliere nel corso della sua presidenza, potrebbe assumere una iniziativa in tal senso, ripristinando le prassi di Luigi Einaudi e del periodo aureo della prima repubblica. 
Iniziativa che andrebbe inquadrata in una linea complessiva coerente con l’obiettivo di ripristinare l’autorevolezza e la centralità del Parlamento. In tale contesto, ovviamente, il Presidente non potrebbe non negare la propria firma a una nuova legge elettorale che non sia in linea con le prescrizioni della Consulta, sia per quanto riguarda la scelta dei parlamentari che per il premio di maggioranza.
Sarebbe un passo importante nella tutela dei diritti dei cittadini contro la casta di cui gli italiani gli sarebbero grati in eterno.