CGIL, CISL E UIL PER LA RIFORMA DELLA LEGGE FORNERO SULLE PENSIONI. NECESSARIE MODIFICHE URGENTI PER LA FLESSIBILITÀ IN USCITA, PER LA STAFFETTA GENERAZIONALE E PER L’OCCUPAZIONE

Nello Formisano

La mobilitazione di CGIL, CISL e UIL per cambiare la legge Fornero sulla previdenza, introducendo elementi di flessibilità in uscita e liberando posti di lavoro per i giovani può, finalmente, avviare la rottamazione di una normativa che ha provocato danni enormi, in parte purtroppo non reversibili, ai lavoratori, alle imprese, allo sviluppo dell’economia, ai conti del Tesoro e, anche, all’equilibrio della previdenza pubblica.
Potrei rivendicare il copyright sull’argomento, visto che da anni sostengo che vanno approvate innovazioni su punti qualificanti della disciplina vigente, a partire da un abbassamento dei termini per l’accesso alla pensione e dalla introduzione nell’ordinamento della staffetta generazionale, per consentire alle aziende e alla Pubblica amministrazione di attuare un fisiologico turn – over, impedito dalle rigidità della Monti – Fornero.
Oggi, i guasti della legge sono talmente evidenti che, al di là di alcuni talebani del rigore e delle solite lobby preoccupate di difendere le proprie rendite di posizione garantite dallo status quo, è difficile trovare qualcuno che continui a difenderla.
Notava ironicamente la Segretaria generale della CISL Anna Maria Furlan che ormai anche la ex ministra Fornero chiede la revisione della riforma che porta il suo nome.
È schierato, da mesi, in favore di modifiche sostanziali il ministro Poletti secondo il quale le risorse per attuarle dovevano essere già stanziate nella legge di Stabilità. Posizione che fa giustizia di tesi ridicole quale quella che la riforma debba essere a costo zero.
Non esistono riforme a costo zero e la riforma della Fornero non può fare eccezione alla regola. Ma, quando si parla di previdenza bisogna ragionare sul lungo periodo. E sul lungo periodo i ritorni positivi sarebbero enormi e compenserebbero ampiamente i costi iniziali. Non è necessario essere degli economisti per capire che la flessibilità dei requisiti per l’accesso alla pensione ha impatto non solo sul sistema previdenziale ma anche sul mercato del lavoro, sulla domanda interna e sulla crescita del Prodotto lordo. 
La motivazione primaria della riforma non è venire incontro alle istanze dei pensionandi, ma dare vita a una manovra di politica economica di alto profilo finalizzata ad avviare un circolo virtuoso “aumento dell’occupazione – aumento della domanda interna – aumento del Pil  – aumento dell’occupazione” che inneschi un vero e duraturo rilancio del sistema produttivo dell’Italia. In tale contesto, la flessibilizzazione dei requisiti pensionistici è lo strumento normativo per poter utilizzare la disponibilità di una parte dei lavoratori più anziani ad anticipare l’età della pensione per avviare un nuovo corso espansivo della nostra  economia, nonché per prevenire l’esplosione di un bubbone sociale quale quello della disoccupazione giovanile che, se lasciato incancrenire, potrebbe avere effetti devastanti.
Il governo, finora, è stato esitante sul tema. Nonostante le pronunce chiare del ministro del Lavoro, la riforma è rimasta fuori dalla legge di Stabilità, rinviata a un provvedimento specifico di cui, al momento, non si conoscono né i termini, né i tempi.
Eppure, una decisione sulla materia appare ormai improcrastinabile. Le tre Confederazioni sono scese in campo con una iniziativa unitaria quale non si vedeva da anni, minacciando uno sciopero generale, se l’Esecutivo dovesse sfuggire alla adozione di provvedimenti ad hoc da adottare entro le prossime settimane.  Posizione di inusitata durezza che si spiega proprio con la constatazione che il malcontento fra i lavoratori e fra i disoccupati è molto forte e richiede impegni concreti per essere incanalato nei corretti canali istituzionali.
Ma io sono convinto che non ci sarà bisogno di scioperi o di pressioni per giungere a un’intesa.
Il Presidente del Consiglio sa bene che la disoccupazione è, di gran lunga, il più importante dei problemi sul tappeto. E sa anche che la soluzione non può venire da percentuali di crescita di qualche decimale di punto. 
È necessario ricorrere a strumenti innovativi che aprano il mercato del lavoro ai giovani, anche in presenza di una crescita economica non esaltante.
Nei giorni scorsi ha fatto sentire la propria voce con un intervento accorato e preoccupato anche Papa Francesco che ha collegato il concetto di lavoro a quello della dignità dell’uomo, con specifici riferimenti agli abnormi livelli della disoccupazione giovanile e alle drammatiche conseguenze che questa situazione potrebbe comportare.
Altro autorevole allarme è giunto dalla Banca Centrale Europea, secondo la quale l’Italia è il paese dove i livelli occupazionali registrano un trend meno favorevole rispetto a Germania, Spagna e Francia.
È indispensabile lanciare subito un grande piano per il lavoro rivolto ai giovani. La flessibilizzazione dei requisiti per l’accesso alla pensione e la staffetta generazionale sono gli strumenti normativi più idonei ad  assicurare il successo di tale piano. Purché ci sia contezza che gli italiani giudicheranno sulla base dei risultati e non accetterebbero un intervento di vetrina o di basso profilo che non sia adeguato alle dimensioni del problema e che non sia dotato di risorse finanziarie sufficienti per soddisfare le esigenze di tutti i lavoratori, pubblici e privati, e di tutti i settori produttivi.