BREXIT È UN’OCCASIONE PER RILANCIARE LA COSTRUZIONE EUROPEA. RENZI AVANZI UNA PROPOSTA PER UN’UNIONE PIÙ DEMOCRATICA E PIÙ VICINA AI CITTADINI CHE TORNI AD ESSERE MOTORE DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Nello Formisano

È, probabilmente, un’opinione eterodossa ma siamo convinti che dal “leave” deriveranno gravi problemi soprattutto alla Gran Bretagna.
Per la UE, invece, nel medio periodo, non solo non è prevedibile un impatto negativo a seguito della separazione ma potrebbero esserci, addirittura, conseguenze vantaggiose.  
I mercati finanziari sono in fibrillazione perché la speculazione approfitta di ogni avvenimento per fare utili a spese di quanti hanno i nervi meno saldi. Ma l’economia reale non subirà danni significativi dalla decisione inglese  e le Borse, passata l’ondata di panico, ne prenderanno atto e torneranno alle quotazioni precedenti.
Per quanto riguarda l’Italia, se saranno frapposti ostacoli al commercio, potrebbero esserci effetti negativi per le esportazioni verso il Regno Unito, ma, in tal caso, ci sarebbe, in contropartita, in tutti i mercati dell’Unione, una minore concorrenzialità delle aziende britanniche e, quindi, nuove quote di export da conquistare. I due flussi probabilmente sarebbero destinati a compensarsi.  Si tratta, comunque, di effetti minori, di carattere residuale. 
Le conseguenze più importanti del referendum saranno, invece, di ordine politico
La Gran Bretagna è stata un elemento di freno nella creazione della UE, sia perché è stata sempre allergica a cessioni di sovranità, sia perché ha spesso richiesto, e ottenuto, deroghe e concessioni che minavano alle radici il principio di una Europa sovranazionale, con regole uniformi per tutti.
Inoltre, anche se la scelta è sbagliata, la decisione di Londra, è un fatto di grande rilievo che non può non indurre a riflettere sulle motivazioni che hanno spinto gli inglesi a votare per l’uscita, motivazioni che sono, sostanzialmente due.
La prima è che l’Unione è una democrazia debole in cui i poteri sono concentrati nella Commissione che, di fatto, non risponde a nessuno e nel Consiglio che è emanazione dei governi nazionali. L’unico organo eletto democraticamente è il Parlamento che però, ha poteri limitati ed è ininfluente sulle scelte strategiche. La cosa più grave è che, in mancanza di controllo democratico, la UE appare, spesso, condizionata, o peggio, al servizio  di lobby, poteri finanziari, multinazionali e speculatori di ogni genere e, in ogni caso, molto distante dalle istanze e dal comune sentire dei popoli rappresentati.
La seconda è che la costruzione comunitaria era nata per dare una speranza e, per anni, entrare nell’Unione ha significato migliorare le condizioni di vita dei cittadini, le prospettive di sviluppo economico e le conquiste sociali.
Oggi, invece, l’Unione è vista come la causa primaria della crisi, come la fonte della linea recessiva che blocca la crescita. Linea che ha preso origine da quel  “patto di stabilità” che, già nel 2002, Romano Prodi, all’epoca Presidente della Commissione, definì stupido e che, in seguito, è stato ulteriormente irrigidito con una politica pro ciclica che è un “unicum” nella storia delle politiche economiche di tutto il mondo e di tutte le epoche. 
È giunto il momento di prendere atto degli errori e di invertire la rotta, ponendo lo sviluppo, non la stabilità, al centro della politica economica anche perché senza sviluppo la stabilità non è sostenibile.
La Merkel, ormai bisogna prenderne atto, non è né Konrad Adenauer, né Helmut Kohl e non c’è da attendersi da lei un cambio di rotta, un guizzo di fantasia, un’idea brillante e non convenzionale, che possa mettere a rischio il tran tran della politica economica tedesca, fondata sul basso profilo e su una crescita mediocre ma stabile, che dà tranquillità ai cittadini, anche se molti lavoratori hanno retribuzioni di sussistenza. Berlino si convertirà a una politica innovativa, o almeno in linea con quelle delle altre grandi potenze economiche mondiali che non hanno avuto novanta anni fa’ il trauma di una inflazione galoppante, solo quando la contestazione si diffonderà anche nell’elettorato tedesco.  
Ma non è scritto nei Trattati che la Germania può imporre la sua linea al resto del continente. L’egemonia tedesca si può contrastare con successo. Lo ha dimostrato Mario Draghi, che, pur non essendo un politico, è l’unico vero leader di statura continentale, il quale è riuscito a far prevalere una linea di politica monetaria consona alle esigenze dell’economia reale, isolando la Bundesbank e i suoi rappresentanti nella Banca Centrale Europea.
Renzi prenda esempio da Draghi. Si faccia promotore di una linea, coerente e organica, alternativa a quella tedesca, adeguata alla gravità del momento, che abbia come obiettivo più Europa, più democrazia e più sviluppo. La proponga a tutti gli stati disponibili senza distinzione fra popolari e socialdemocratici e fra paesi grandi e paesi piccoli. Con un progetto serio, fondato su solide basi, non sarà difficile costituire una coalizione interessata a trarre fuori l’Unione dalle secche della stagnazione e pronta ad andare al confronto con Berlino da posizioni di forza. 
Sarebbe una scelta vincente per l’Italia, per l’Europa e per la stessa Germania che, comunque, è penalizzata nei suoi tassi di sviluppo dalla bassa crescita degli altri partner europei.