BILANCIO AMARO DI VENTI ANNI DI BERLUSCONISMO

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L’OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino
 
Siamo, dopo diciannove anni, all’ opportunità di un  bilancio storico del berlusconismo inteso come variante italica del populismo occidentale che ha occupato negli ultimi anni l’orizzonte internazionale e che si è affermato, con particolare forza, in paesi di democrazia meno salda e matura, come è stato purtroppo il caso della nostra penisola. 
Al di là di ogni polemica contingente occorre dire con chiarezza che il populismo legato all’uomo di Arcore è arrivato in pochi mesi al potere nella primavera del 1994 grazie alla profonda crisi politica in cui è precipitata l’Italia negli anni 92-93 per l’esplosione legata ai gravi scandali scoppiati nei partiti politici e negli apparati dello Stato grazie a cinquant’anni di lotta politica senza alternative di governo nella guerra fredda Usa-Urss.
È stata l’idea, come era già accaduto più volte nella storia d’Italia (basta fare gli esempi, pur diversi tra loro, di Crispi a fine Ottocento e di Mussolini, dagli anni venti alla seconda guerra mondiale), l’idea – o meglio l’illusione – di un uomo forte al comando di una barca difficile da guidare appesantita da molta zavorra (forte corruzione, mafie, inefficienza dello Stato, indulgenza con gli amici e durezza con i nemici, come si diceva una volta) e quindi in grado di superare ogni ostacolo e creare una società moderna e tale da stare bene in Europa accanto a paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti per citare i paesi più vicini e più avanzati tra quelli con i quali abbiamo quasi sempre avuto rapporti intensi.
Un’illusione nettamente smentita dalla storia di fine Ottocento  come da quella del fascismo ma riproposta da Silvio Berlusconi con l’abilità del grande venditore quale è stato ma anche di un uomo, noto per le bugie che ne hanno contraddistinto l’ascesa e, oggi, l’inevitabile tramonto con la decadenza da senatore della repubblica. 
Facciamo un elenco, sia pure provvisorio, di quello che il Cavaliere ha trovato  quando è sceso in campo, per usare il suo linguaggio immaginifico, e che ora lascia ai suoi eredi e ai suoi avversari. 
I partiti storici tra il ’90 e il 93 si sono sciolti, o hanno continuato la loro vita con nomi e  leader diversi, ma al loro posto si sono affermati durante il ventennio o partiti personali destinati a una vita non lunga come è avvenuto per l’IDV di Antonio Di Pietro o di piccole dimensioni come l’UDC di Pierferdinando Casini (appena ora staccatosi da Scelta Civica di Mario Monti) o ancora come SEL di Vendola o partiti nati dalla fusione di due formazioni precedenti come il Partito Democratico dilaniato da forti contrasti interni. In compenso Berlusconi è riuscito a unificare le destre italiane incluse quella di chiara derivazione fascista ma negli anni numerosi di governo ha subito vicende tali da perdere peso ed oggi capeggia una nuova Forza Italia che vuole tornare al potere appena possibile ma che ha subito a sua volta una scissione che, a livello parlamentare, l’ha quasi dimezzata. 
Effetti, bisogna dirlo, di una crisi politica che il berlusconismo non ha risolto e che da molti anni si lega a una crisi, insieme, morale, culturale, sociale ed economica che dura ormai da sei anni e non accenna a finire. 
Il fatto è che Berlusconi non ha risolto i problemi istituzionali né quelli attinenti alla struttura economica e sociale della penisola ma ha semmai peggiorato fortemente i costumi della classe politica e delle classi dirigenti. Di qui i ripetuti scandali che hanno contrassegnato i suoi governi e le  difficoltà crescenti anche a livello parlamentare. 
L’uomo del miracolo è oggi il senatore che sta per essere dichiarato interdetto dai pubblici uffici e non più senatore. 
L’aspetto amaro dell’intera vicenda riguarda il destino degli italiani e in particolare delle nuove generazioni e della classe media, distrutta dalla crisi che non dispone di conti offshore.
Tutti avranno un destino futuro contrassegnato dalla povertà (come ha ricordato ieri sera il Codacons) e dall’assenza di pensioni in grado di assicurare loro una vecchiaia serena.
La responsabilità di un così amaro epilogo è senza dubbio del Cavaliere e dei suoi seguaci.