BENE LA LEGGE ANTICORRUZIONE. MA È NECESSARIA UNA LOTTA A TUTTO CAMPO PER STRONCARE IL FENOMENO.

Andrea Orlando ministro della Giustizia
Le inchieste che hanno colpito il mondo politico ed imprenditoriale nelle ultime settimane hanno riportato al centro dell’attenzione il problema della corruzione. Si tratta di un reato che appare ormai quasi come un elemento endemico della società italiana, con il rischio che, alla fine, venga considerato quasi alla stregua di un “costo di produzione” che le aziende devono sostenere se vogliono lavorare nell’ambito degli appalti pubblici. Ovviamente così non è e non deve essere. La corruzione invece rappresenta in questo momento il principale ostacolo allo sviluppo nazionale, l’elemento primario che impedisce la ripresa economica tanto agognata dopo quasi otto anni di crisi.
Favorisce le imprese disposte a tutto per fare affari a discapito degli imprenditori onesti ed a danno dell’immagine dell’Italia nel mondo. È quindi necessaria una reazione ed è necessaria subito. In questo senso la legge anticorruzione, che ha avuto il suo primo via libera al Senato, rappresenta indubbiamente un primo passo nella giusta direzione. L’aumento delle pene, la reintroduzione del reato di falso in bilancio e l’obbligo di restituire il prezzo o il profitto del reato per ottenere il patteggiamento rappresentano, infatti, quanto meno dei segnali che anche la politica comincia, dopo tanti anni di lassismo, a prendere di petto seriamente la questione. Certo si poteva fare di più e il disegno di legge è sicuramente migliorabile, ma quanto meno la testa di ponte per combattere la corruzione è stata gettata. Ora però è necessario fare un importante passo in avanti, rivedendo totalmente tutta la normativa sugli appalti pubblici, come giustamente sottolineato dallo stesso presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone. Attualmente, infatti, la disciplina del settore si presenta di difficile interpretazione, e la carenza di chiarezza è certamente un elemento che favorisce politici e funzionari corrotti, chiamati ad interpretare le norme, ed imprenditori senza scrupoli, disposti a corrompere per vincere le gare. Solo una semplificazione generale è in grado di togliere finalmente l’acqua in cui nuota il pesce della corruzione, favorendo la partecipazione degli imprenditori onesti con risultati sicuramente benefici sulla economia ed in generale sulla società italiana. E favorendo il ritorno degli imprenditori stranieri per i quali la corruzione diffusa è la remora più pesante che li trattiene dall’investire nel nostro Paese. 
Uno dei costi del fenomeno è proprio la selezione al contrario della classe dirigente. I più onesti, i più capaci, i più rispettosi delle regole, i più attenti al bene comune sono emarginati, mentre i corrotti e tutti coloro che vivono e operano nell’illegalità emergono in politica, nell’imprenditoria e nella pubblica amministrazione.
Oltre alla tassazione impropria che l’economia subisce, a causa della corruzione, una tassazione che, secondo i dati più attendibili,  si aggira sui 60 miliardi.
Cifre e valutazioni che dimostrano che non si tratta solo di un problema etico, ma anche di un grande problema macroeconomico. La cui soluzione è la premessa indispensabile per un rilancio strutturale dello sviluppo che vada al di là di un banale rimbalzo congiunturale, quale è quello al momento in fase di avvio.