BANCHE E RISPARMIATORI. È URGENTE RIFORMARE IL BAIL-IN. LA MERKEL SI OPPONE. MA IL CASO DEUTSCHE BANK LE FARÀ CAMBIARE IDEA

Jean Claude Juncker

La grande stampa ha presentato lo scudo approvato dalla Commissione europea come la soluzione ai problemi del sistema bancario. Invece, non è così. Lo scudo serve soltanto a tamponare gli effetti più appariscenti di eventuali crisi di sistema che potrebbero essere innescate proprio dalle impostazioni sbagliate della Unione europea nel settore del credito.
Oggi, paradossalmente, il vero problema non è la debolezza di alcune banche che riguarda solo singoli istituti, ma è proprio  il “bail-in” che, in teoria, sarebbe finalizzato a tenere sotto controllo gli effetti negativi di tali debolezze.
Il “bail –in” prevede che, in caso di default di una banca, sono chiamati a risponderne soprattutto gli azionisti, gli obbligazionisti e i depositanti, titolari di depositi oltre una soglia di garanzia, di quella banca.
Non è una novità in senso assoluto. Negli anni ’90, quando si procedette al salvataggio del Banco di Napoli, gli azionisti della Banca dovettero cedere allo Stato a titolo gratuito le loro azioni.
La novità è che il “bail-in” irrigidisce la procedura. Lo Stato nazionale, anche se ha i mezzi e la volontà di intervenire, non può farlo, in quanto c’è un divieto concordato a livello di Unione europea.
Se Prodi definì il patto di stabilità “stupido”, il “bail-in” è una autentica idiozia, sbagliato nel merito e nel metodo.
Nel merito perché l’unico scopo plausibile del provvedimento avrebbe potuto essere di impedire che la crisi di una banca si diffondesse all’intero sistema.
Peccato che il risultato sia l’opposto di quello che si voleva conseguire. 
Il principale asset di una banca, al di là dei mezzi patrimoniali e delle capacità professionali dei manager, è la fiducia. Fiducia che il bail-in mette a rischio, a prescindere dalla esistenza di effettive criticità.
Infatti, se il default di una banca colpisce non solo i manager e gli azionisti di riferimento che hanno, per definizione, delle responsabilità nella genesi e nella gestione delle problematiche che investono quella banca, ma anche i piccoli investitori che hanno l’unica colpa di essersi fidati delle informazioni disponibili sul mercato, la crisi di fiducia si estenderà inevitabilmente dalla banca colpita al sistema bancario nel suo complesso. Tutti gli investitori, in azioni o in obbligazioni, del comparto si sentiranno in pericolo e saranno indotti ad allontanarsi anche dalle banche apparentemente solide.
Quindi, il risultato della applicazione del “bail – in” è di trasformare una crisi di una piccola banca che sarebbe facilmente circoscrivibile in una crisi di sistema.
Quanto al metodo, la funzione della UE dovrebbe essere di intervenire con regole aggiuntive rispetto ai singoli Stati, quando ci sia l’esigenza di accrescere le tutele dei cittadini, sia nella veste di consumatori che nella veste di risparmiatori.
Invece, in questo caso, come purtroppo in tanti altri, ci troviamo di fronte a una regolamentazione comunitaria che penalizza, in un colpo solo, i risparmiatori, il sistema bancario, l’economia nel suo complesso e i bilanci pubblici. E che non riguarda l’utilizzo di risorse comunitarie, in quanto impedisce agli Stati di utilizzare i propri mezzi finanziari nella gestione della crisi. 
Di fronte a capolavori del genere non c’è da meravigliarsi se la autorevolezza e la fiducia nella UE siano scese a percentuali prossime allo zero. 
D’altronde, non è un caso che nessuno difenda il bail-in, che nessuno ne rivendichi la paternità. Sia fra i politici che fra i tecnici ci sono solo due correnti di pensiero. Quelli che vogliono  cambiarlo subito e quelli che dicono che, anche se sbagliata, è una regola che l’Unione ha approvato e che, quindi, va rispettata.
Tra questi ultimi c’è anche la Merkel, la quale, in una delle sue esternazioni più recenti, ha dichiarato che non si possono modificare le regole ogni due anni.
Ovviamente, la Merkel ha torto. Se una regola è sbagliata, un governante avveduto la modifica subito. Non aspetta due anni, ma non aspetta nemmeno un giorno da quando scopre che si tratta di una regola sbagliata. 
Siamo sicuri, peraltro, che la Merkel cambierà idea quando verrà al pettine il nodo Deutsche Bank. Perché i tedeschi, così rigorosi e disciplinati, diventano artefici di deroghe, cavilli e interpretazioni eterodosse quando sono in gioco i loro interessi. E la Deutsche ha un ruolo di primo piano nella economia della Repubblica Federale.
Però, sarebbe ora che anche noi facessimo un esame autocritico. Il bail-in non è diventato una idiozia oggi. Era una idiozia fin dall’inizio.  Ed era una idiozia che per noi, che siamo sempre attenzionati in modo speciale dalla speculazione, era ed è pericolosa. Eppure, è stato approvato anche dal nostro Paese. 
Gli italiani hanno il diritto di sapere chi ha negoziato, chi ha autorizzato, chi ha sottoscritto un accordo, sbagliato sul piano tecnico e penalizzante per l’Italia sul piano politico. Purtroppo, fin dai tempi di Franco Maria Malfatti, che si dimise a metà mandato dall’incarico di Presidente della Commissione per candidarsi alla Camera dei Deputati, la classe politica italiana ha sempre considerato l’Europa un pensionato di lusso per trombati ed emarginati. E l’impostazione, come sempre succede in questi casi, è scesa a cascata dai livelli politici a quelli della alta amministrazione, dove sono stati collocati gli amici degli amici a prescindere da ogni valutazione del merito, delle capacità e dell’esigenza di avere nei gangli vitali della burocrazia di Bruxelles, esperti che fossero in grado di tutelare il nostro Paese.
È giunto il momento di cambiare. Di investire nelle istituzioni comunitarie, di scegliere i più qualificati, a livello politico e a livello amministrativo, di inviare alle trattative  personaggi che conoscano i dossier e le loro implicazioni di lungo periodo e di chiamarli a rispondere del loro operato, almeno di fronte alla pubblica opinione. Di imitare la Germania che ha creato una rete che abbraccia parlamentari, grand commis e lobbies che tutela con grande efficacia il sistema nazionale tedesco.