ARTICOLO 18 E TFR IN BUSTA PAGA, EFFETTI NEGATIVI SULL’ECONOMIA REALE

Ministro del Lavoro Poletti
Il Presidente del Consiglio si è reso conto che la sfida decisiva per il governo sarà sui problemi dell’economia.
Se riuscirà a invertire la congiuntura negativa e a rilanciare lo sviluppo e l’occupazione, la crescita dei  consensi in favore dell’Esecutivo diventerà inarrestabile.
Però, la politica economica è piena di insidie e, talvolta, una misura ha effetti diversi o, addirittura opposti rispetto a quelli che una analisi superficiale lascia prevedere.
Per quanto riguarda l’art. 18, ad esempio, Renzi e il ministro del Lavoro Poletti si apprestano a proporre nuove misure restrittive nella convinzione che in tal modo si aprirebbe la strada a maggiori investimenti e, quindi, a una ripresa del ciclo espansivo.
Purtroppo, però, il vecchio slogan secondo il quale se si dà alle imprese la possibilità di licenziare saranno più disponibili ad assumere è, appunto, solo uno slogan che serve ad avere qualche titolo sui giornali. 
La realtà è ben diversa e osservatori seri ne avrebbero dovuto prendere contezza, se non altro, valutando le ripercussioni della riforma Fornero.
La legge 92/2012 fatta approvare dal governo Monti ha già sostanzialmente devitalizzato l’art. 18. È rimasto in piedi solo un simulacro delle tutele previste in precedenza.  Un simulacro che porta a qualche centinaio di reintegre ogni anno. Una circostanza irrilevante per le decisioni di investimento.
Ciò nonostante, il trend dell’occupazione continua a segnare sempre nuovi record negativi e l’economia continua a oscillare fra recessione e stagnazione. 
Non c’è nessun motivo perché l’abolizione del fantasma dell’art. 18 debba avere maggiore successo.
Oggi il problema primario della economia italiana è il basso livello dei consumi. Fino a quando non ci sarà un aumento della domanda gli imprenditori non accresceranno la produzione e l’occupazione, perché i beni aggiuntivi prodotti rimarrebbero in magazzino.
Renzi ha compreso il problema. Perciò, ha attuato l’operazione 80 euro, i cui effetti sono stati positivi.  Però, 80 euro per un numero limitato di cittadini sono una spinta troppo debole per avere effetti significativi sulla crescita.
L’abolizione dell’art. 18, per quanto simbolica, avrebbe, invece, un effetto negativo. La propensione al consumo, infatti è funzione del reddito permanente, il reddito che ognuno ritiene di poter conservare in futuro. Aumentare la precarietà, o anche la sensazione di precarietà, abolendo un simbolo come l’art. 18  indurrebbe i lavoratori ad un atteggiamento più prudenziale, che si tradurrebbe in maggiore risparmio e minori consumi, con ricadute negative sul livello della domanda e su produzione e occupazione. 
Quindi, l’effetto sarebbe opposto a quello che si vorrebbe conseguire.
Probabilmente negativi anche i risultati del secondo provvedimento, il TFR in busta paga. L’aumento del reddito, infatti, dovrebbe portare a una crescita dei consumi, ma il timore di perdere uno dei pochi ammortizzatori rimasti in caso di  un possibile, futuro licenziamento potrebbe annullare gli effetti positivi della operazione e accentuare, invece, le ricadute sfavorevoli.
Ancorare la proposta alla volontarietà non cambia la situazione, anzi accentua i timori che l’impatto della misura possa essere negativo.
Molti lavoratori, infatti, potrebbero optare per la mensilizzazione del TFR, con l’intento, però, non di trasformarlo in domanda di beni e servizi ma di accrescere i propri risparmi per eventuali momenti di difficoltà.
Il risultato sarebbe di ridurre la liquidità delle imprese, senza alcuna ricaduta favorevole sui consumi, con effetti recessivi sulla domanda complessiva e con ripercussioni negative anche sulla tenuta dell’apparato produttivo.
Non sarebbe un risultato brillante in un momento in cui si raschia il fondo del barile per aumentare i consumi di qualche decimale di punto nella speranza di aiutare l’economia ad uscire dalla stagnazione.