ART. 19 STATUTO DEI LAVORATORI – DOPO LA CORTE COSTITUZIONALE LA PAROLA ALLA MAGISTRATURA DEL LAVORO

Corte costituzionale

La motivazione della sentenza della Corte Costituzionale sul caso Fiat – Fiom conferma che una grave situazione di illegalità si è protratta per circa venti anni nelle relazioni fra aziende e organizzazioni sindacali.
La Corte afferma  che, in base all’art. 19 nella sua stesura post referendum, i sindacati “nell’esercizio della loro funzione di autotutela dell’interesse collettivo, sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del loro rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività  e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa”. 
Al di là dei tecnicismi giuridici, la più alta istanza giurisdizionale italiana conferma, con tutto il peso della sua autorevolezza, che nel contesto creatosi a seguito del referendum abrogativo del 1993 la presenza e la possibilità di operare delle Organizzazioni sindacali nelle aziende sono state condizionate dal beneplacito delle controparti datoriali. Un sindacato che avesse difeso con maggior vigore le istanze dei lavoratori, che si fosse opposto, con maggiore rigidità, alla linea delle aziende, avrebbe potuto essere messo fuori gioco interpretando alla lettera l’art. 19 e escludendolo dalla firma dei contratti e, quindi, dal riconoscimento delle prerogative sindacali.
In conclusione, nella patria del diritto c’era una norma per la quale l’esistenza del sindacato dipendeva non dalla sua capacità di rappresentare in modo rigoroso le istanze dei lavoratori, ma dalla sua disponibilità a farsi accettare dalla controparte datoriale.
È facile immaginare l’effetto che la norma ha avuto nell’equilibrio dei rapporti fra datori di lavoro e lavoratori. Le aziende, ovviamente, hanno utilizzato con grande perspicacia, l’arma che avevano a disposizione per mettere in riga i sindacati meno accomodanti e per recuperare posizioni ai danni dei lavoratori sia sul piano economico che su quello normativo. 

Per ironia della sorte, la disposizione abrogata trae origine da un referendum, a riprova del fatto che  non sempre la democrazia diretta dà frutti migliori, soprattutto quando sono in discussione materie di particolare complessità delle quali i non addetti ai lavori non riescono a comprendere tutti gli aspetti.
Bisogna anche dire che se la norma ha resistito venti anni è stato anche perché nessuno ha osato forzarla fino al limite del paradosso. Nessuno aveva ipotizzato di escludere dalle trattative e di negare il diritto a costituire rappresentanze sindacali al sindacato più rappresentativo del settore.
Fino a quando la Fiat ha individuato nella Fiom l’origine di tutti i guai dell’azienda e ha deciso di lasciarla fuori dai cancelli della fabbrica. Una decisione senza senso, inaccettabile sul piano giuridico, come dimostra la sentenza della Consulta e, prima ancora, di molti giudici ordinari.
Certo, la Corte Costituzionale si è limitata ad eliminare una macroscopica illegittimità, stabilendo che la convocazione per le trattative è di per sé riconoscimento dell’Organizzazione sindacale. Ha anche aggiunto che le aziende hanno l’obbligo giuridico di ammettere al tavolo negoziale tutte le Organizzazioni sindacali che siano rappresentative dei lavoratori.
La Corte non ha potuto, però, in quanto non era nei suoi poteri, individuare criteri alternativi di rappresentatività sindacale avanzando solo delle ipotesi (numero degli iscritti, soglia di sbarramento, rinvio al sistema contrattuale invece che al singolo contratto, principio elettivo delle rappresentanze sindacali) e lasciando al legislatore il compito di intervenire con una legge ad hoc.
Ma la via legislativa è sostanzialmente preclusa nella attuale situazione politica.
Per cui toccherà ancora alla giurisprudenza fare qualche passo ulteriore per rendere la norma non solo compatibile con il dettato costituzionale ma anche funzionale a un assetto stabile delle relazioni sindacali.
Le strade ipotizzabili sono due. Una è quella indicata proprio dalla Corte Costituzionale. Rinvio al sistema contrattuale. Il che significa che la formula di cui all’art. 19 “contratti  collettivi  di lavoro applicati nell’unità produttiva” dovrebbe intendersi nel senso di ricomprendere anche gli accordi sottoscritti a livello di parti sociali e di governo. Sarebbe, anche se sulla base di principi diversi, un ritorno al passato, quando l’originario art. 19 prevedeva il riconoscimento delle “associazioni aderenti alle Confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale”. È un’ipotesi ragionevole sul piano pratico e inattaccabile sul piano giuridico. Quel sistema aveva funzionato in maniera perfetta fino al referendum abrogativo, garantendo un equo contemperamento degli interessi e una corretta dialettica sindacale.
C’è, anche, una seconda strada, anche essa compatibile con la nostra Carta fondamentale. La dizione “contratti di lavoro applicati” potrebbe riferirsi anche ai contratti applicati nel passato, per cui un sindacato, una volta acquisita la rappresentatività non la perderebbe per la mancata firma di un contratto non condiviso. Anche in  questo modo verrebbe rispettato lo spirito della legge in quanto la rappresentatività deriverebbe dalla storia del sindacato e non dal beneplacito dell’azienda e si eviterebbe il ricatto della sottoscrizione del contratto quale condizione di sopravvivenza del sindacato stesso.